Della fiducia e di altre virtù.

19 luglio 2013 - Leave a Response

Fidati, va tutto bene, siamo rovinati. Perchè per essere infelici serve una buona quantità di delusioni, e siccome essere infelice è l’unico modo che conosco per essere felice, allora lo vedi, lo capisci da te, se non riesco a trovare la giusta dose di delusione, e sto bene, se mi sembra di stare bene e per giunta senza nemmeno un motivo a cui aggrapparmi, da poterlo perdere per un attimo e sentire quella puntina rapida di terrore e vuoto intorno, capisci tu che, come si fa, ad essere felici in una situazione così? come si fa? Fidati, va tutto troppo bene per poter essere felice. Che poi il punto è questo. Fidarsi, perchè se ti fidi si, che poi puoi sentirla tutta intera la delusione, giù, fino infondo alle budella. È per questo che continui a fidarti, senza davvero lasciarti andare mai, conservando quel distacco che è tutto tuo e che se ne frega poi, delle delusioni. Perchè adesso non scherziamo, è bello questo giochetto di sentirsi infelici, di gridare al vuoto e sentirsi in grado di contemplare l’universo tutto intero lì dentro la pancia tua. Ma le budella poi sono un’altra cosa, c’è un limite oltre il quale il gioco lo comando io, sono qua che rischio tutto fino infondo e senza barriere, paletti, dighe né occhiali di protezione. Mi fido, si, e continuo a farlo, e se mi deludi mi sento quella infelicità addosso che mi fa felice e ok. Ma io sono salva in partenza, anche quando sono già morta schiacciata, sono salva, perchè sai che c’è: c’è che infondo a tutto ci sono io, e io resto sempre lì come sono, io non ho margini, di crescere, di imparare, di compiere percorsi precostituiti dal tempo, e se mi sono fidata e tu mi hai fregato bene, grazie. Delle emozioni, del senso che non trovo e continuo a cercare, delle parole che ho scritto e di tutto ciò che il vivere intensamente il momento in cui mi fidavo mi ha tirato fuori. E poi ciao. Si, ciao. Era importante, dio se lo era. Ma io non mi perdo finché sono persa. Finché non mi perdo non sono felice? Fidati, io non mi so perdere per davvero. E fidati, quando a questa vita gli togli le griglie, i ragionamenti, le analisi, “e tutto quel bla bla bla intorno” ti accorgi che lei, la vita, se ne fotte, e scorre come i fiumi dei filosofi e rimane lì con la sua grande bellezza. Ecco, la grande bellezza. L’immensa bellezza. E allora appunto. Quello che sanno fare quelli come Gep è vivere e infondo, si infondo fregarsene. Che sembra la superficie, ed invece è tornare su dal fondo più fondo, aver fatto tutto il giro! E la sai un’altra cosa? Lo sai qual è il problema delle persone così, il problema nel relazionarsi dico? il problema è che tu sei tutto. Davvero. Ma questo tutto non è mai abbastanza, non può essere abbastanza. Chiunque tu sia non sei abbastanza. Qualsiasi sia il tu, io continuerò a cercare, ad andare, ad esserci tanto tanto e poi non esserci di botto, andare, tornare, vagare tra le cose altre. E non sarà per cercare qualcun’altro, questa è la cosa più difficile da capire per chi ti sta accanto. Sarà per vivere, e questo sarà sempre il mio vivere. E finito il tempo di trovarsi tra i piedi qualcuno che ti deluda, finito il tempo di scegliere proprio per essere deluso e tornare al discorso contorto della felicità infelice e solo tua, uno inizia nell’impresa di amare e farsi amare da quelli come noi, inizia a credere in una felicità infelice e condivisa. E li, lì sono veramente cazzi!

Annunci

Qualcosa che somiglia

13 luglio 2013 - Leave a Response

Qualcosa che somiglia alla felicità.
La politica non va, Letta è peggio di come sembrava e Alfano vice premier è lì a testimoniare il peccato originale, abbiamo mangiato la mela, siamo all’inferno e questo è quanto. Però io stasera mi sento addosso qualcosa che somiglia alla felicità.
Si certo, Bersani gli voglio bene come ad un fratello, un fratello che fa un sacco di caxxate, cosa che non faccio uno sforzo grosso ad immaginare, ma che le fa con il cuore pure, cosa anche questa vera in tutti in sensi. Allora il tradimento a lui e la disintegrazione dell’idea grande del pd mi fa tristezza, profonda tristezza, immensa tristezza. Ci sono dei politici che sono troppo diversi dagli italiani che siamo, e purtroppo la logica del consenso che muove la democrazia è la logica più giusta ma anche la più paradossale: la folla non ha ragione perchè ce l’ha ma perchè sa creare le ragioni, dirle, ripeterle, urlarle. Di solito una minoranza sa cogliere l’idea, e poi ci vogliono anni decenni forse secoli perchè la folla metabolizzi il cambiamento e lo renda “giusto”, “vero”, “accettabile”. Questioni culturali. Così è stato per il pd e questo è tutto. Però io stasera che ne so, sono una minoranza immotivatamente felice.
La crisi c’è, sunrise va a bomba ma le banche mi chiamano ogni giorno e i conti sono difficili da far quadrare, non ci sono margini di errori ed è complicato, molto complicato scegliere con ottimismo ed oculatezza. Però i soldi sì sa, con la felicità non è che c’entrino molto!
E poi si, ieri mi ha chiamata Paoletti che la fase istruttoria è finita, che posso ritirare i verbali e che con buona probabilità la sacra rota annullerà il matrimonio ed io avrò compiuto questo percorso, doloroso e complicato e pieno di ostacoli arrivi e ricadute, illuminazioni temporanee e tunnel bui lunghissimi percorsi a tastoni per tratti infiniti, con l’idea fissa di uscirne e la sensazione che non finissero mai. Don Mario è stata l’ultima curva, in discesa e con la luce lì a due passi, ma due passi forse i più difficili da fare, quelli che dopo sei fuori e non hai più scuse, ti tocca vivere. Riparlarne lì, sul confine dove passeggiavo da tempo stando attentissima a non oltrepassarlo mai, poteva essere pericoloso, l’occasione per correre di nuovo indietro come se avessi ingoiato una calamita potente. Ed invece all’uscita del secondo giorno ho pensato “cavoli che distacco che ho” subito prima di “dove cavolo ho messo la macchina”. E niente di più. Il dispetto più grande che puoi fare ad una donna che si prende il tuo uomo è…lasciarglielo! L’avevo letto una volta e non ero d’accordo per niente così mi sono detta di ricordarmelo che sarebbe arrivato il momento in cui l’avrei pensato con evidente divertimento. Ero poco lucida e disperata (e ridicola e finta e melodrammatica) ma mica ero scema anche in quei momenti lì! Poi Don Mario mi ha detto precisamente questa frase, così, come riflessione personale, infastidito molto più di me dal finale della storia in cui, va detto, non faceva altro che incolparmi senza appello (senza rancore eh, sputare sentenze è il suo mestiere!) e detta da lui mi ha fatto veramente ridere, lì in mezzo ad argomenti seri ed esami di coscienza ed insegnamenti e giudizi impietosi. E dopo che ridere ho pensato che si, era arrivato pure quel momento, e che il divertimento era diverso da come l’avevo immaginato, perchè immaginavo qualcosa di appagante e sottilmente vendicativo ed invece era solo che quel vecchio rincoglionito mi aveva fatto ridere tanto tanto e niente più. Ma, comunque, non è questa la sensazione di benessere di stasera. Non è la fine del tunnel vista da lontano non è Bersani non è Sunrise non è nemmeno Tevez né Llorente. Non è l’amore non è Freud non è l’amicizia. Non è il viaggio che pure sto organizzando e che sarà, con tutto che non è facile, all’altezza dell’ultimo. Non è niente di tutto questo.

È una sensazione di benessere che non inizia da niente e non arriva a niente, è lì, sospesa tra i pensieri belli e brutti che mi affollano la mente ultimamente. E come tale, immotivata e inesprimibile, è tutta inaspettatamente mia.

Chiunque sia il Dio delle emozioni, stasera gli devo una preghiera!

Domanda

4 luglio 2013 - Leave a Response

Vi è mai capitato di fare qualcosa senza uno scopo, allungare una strada, girare la città senza meta per nessun motivo a parte la segreta speranza di prolungare una sensazione di benessere?

Metodi educativi

1 luglio 2013 - Una Risposta

Entrano. Padre madre e nanerottolo di non più di un paio d’anni che spadroneggia prepotente e incaxxato e nevrotico di già. Lui davanti, di corsa, che indica i chupa chups-avvistati non si sa bene come già prima di entrare-con la bava alla bocca e lo sguardo da serial killer. Loro dietro affannati, sudati, spettinati, stanchi, rassegnati. Urla, lui. Non fa nemmeno lo sforzo di dire leccalecca, e nemmeno chupa chups o qualsiasi altro termine moderno che mi dia almeno un indizio, un gesto di umanità verso una povera crista mai vista che tuttavia è indispensabile per ottenere l’oggetto del momentaneo desiderio. Non dice nemmeno che so, brutta stronza dammi quel coso. Semplicemente lo indica e urla, piegandosi con il corpo tutto teso dai nervi una volta indietro e una volta avanti, alternati dallo spazio del prendere aria. Io lo guardo perplessa, d’istinto glielo darei perchè quella scena da psyco mi mette di cattivissimo umore, ma i due badanti di psyco mi guardano e dicono no da dietro, piano piano quasi impercettibilmente, muovendo solo l’indice per essere chiari senza che psyco si accorga del divieto. Allora rimango immobile con la bocca un pochino aperta e le ciglia corrucciate, espressione e reazione che psyco cataloga come diversa dall’ “ho ottenuto immediatamente quello che voglio” e che quindi ingenera in lui una stizza ancora più scomposta, ora oltre alle nevrosi di fondo si aggiunge un’antipatia personale (pure giustificata direi, ebete di una barista vuoi fare qualcosa?!). I genitori dicono a psyco che i lecca lecca lecca non si vendono prima delle 18.00 ed ora sono solo le 16.00. Psyco è un terrorista probabilmente iscritto ad al quaeda, non uno stupido. E comunque non sa contare, chè gliene frega dell’orario??? Infatti urla ancora più forte, inventatevene un’altra. I genitori allora ne inventano un’altra, quelli non sono chupa chups veri…sono finti! Ecco, lì volevo intervenire, perchè va bene essere due genitori derelitti in balìa di un mostro prepotente, però almeno la fantasia!!! Volevo dire che era passato lo spazzino ed aveva infestato i chupa chups di polvere magica, che appena te lo mangiavi arrivava la principessa sul pisello a bordo di un tappeto volante e ti disintegrava l#pad scambiandoti per un pirata! E invece stavo ancora zitta, ancora ebete, e psyco ancora più re indiscusso e fiero della situazione, con il chups chups in mano e la mamma che dice va bene amore ma lo mangi dopo mentre lui lo sta già scartando, ma non ce la fa, e allora lui lo scarta, il papà terrorizzato, e sì volta verso di me: ci sediamo fuori. Così, con il tono autoritario addirittura, perchè io non ho due anni e non voglio un leccalecca e lui con qualcuno dovrà pur affermare la sua mascolinità. Dico: si si prego, svegliata dalla reazione a catena di pensieri che quella scena aveva provocato. Ma non ho molto tempo per pensare, che già subito erano tornati tutti indietro con l’aria di chi ha visto un leone. Cioè, madre e padre con quell’aria, lui, il terrorista, con l’aria di uno che adesso finisce il leccalecca e poi vi fa vedere lui! I genitori dicono in coro: il cane è sciolto. Vedo Freud nella sua posizione abituale, in mezzo al passo e rovesciato a gambe all’aria, non sia mai il passante di turno voglia approfittare di fargli una coccola. Lui non mi somiglia nemmeno un po’, gli stronzi proprio non li riconosce da lontano! Dico si, è sciolto, ma è buono! Non mi interessa se è buono, i cani non possono stare sciolti. Be questa è casa sua, se non le piace il cane può andare da un’altra parte non è obbligatorio venire qua. Questo è quello che penso, e pure quello che direi, se con la coda dell’occhio non vedessi mio fratello che segue la scena dall’ingresso. Perdere dei clienti così è meglio che trovarli, ma vaglielo a spiegare a lui che già ce l’ha con me perchè non è igienico tenere un animale che perde i peli (!!!) dentro un bar. Allora provo a dire: ma guardi, se vuole lo lego, ma è veramente buono se lo ignorate vi ignora se vi fermate a fargli un grattino allora magari vi accompagna al tavolo! E lui, beh lui non vedeva l’ora di sfogare alcune delle frustrazioni accumulate da un paio d”anni a questa parte, e un pochino (pochino!) lo capisco pure. Dice : guardi che per legge lei lo deve tenere legato e con la museruola. Chissa quali legge conosce, e chissa perchè siamo al punto che per ogni minimo dissidio con le persone tiriamo fuori una fantomatica legge! beh no, il labrador non è nell’elenco dei cani aggressivi che non possono girare senza museruola, e tra l’altro quella è una legge del caxxo e piuttosto razzista, direi. Invece dico: ok non si preoccupi lo lego. Prendo il guinzaglio e lui, come di consueto quando lo vede o semplicemente ne sente il suono, si alza e viene verso di me saltando come un cane da circo che quasi si cappotta per quanto in alto arriva. È l’entusiasmo di uno che pensa di andare a fare un giretto ed adora fare un giretto! Al chè (la vista di un cane che fa le feste!) terrorista psyco inizia a piangere ed urlare come un ossesso e a tirare calci a vuoto. La madre urla più del figlio dicendomi PRENDILO PRENDILOOOO, il padre, udite udite, fa qualche passo indietro e scappa dall’ingresso laterale!!! Mio fratello, invece, dall’ingresso laterale entra per cercare di prendere Freud, il quale, vista la tensione della scena, smorza il suo entusiasmo, si ferm da solo, si siede e li guarda, quasi chiede scusa! Io gli metto il collare e lui resta inusualmente fermo, gli dico vieni con me e lui mi guarda dicendomi occhio questi sono matti, stai lontana!! Lo lego fuori, all’ombra, gli dico Friffro perdonami, lui mi risponde, no, tranquilla, ti aspetto quì, preoccupati per quelli piuttosto! Torno indietro e mio fratello se n’è andato scuotendo la testa, odia quando si creano complicazioni dovute alla sua presenza, lui mi avverte in continuazione di lasciarlo a casa ed io niente, niente! I tipi sì sono ricomposti a parte psyco che ha lanciato per terra il suo leccalecca e blatera parole incomprensibili. Il padre è rientrato e rivolto verso di me dice: bene, ora siamo tutti più tranquilli. Beh più tranquilli ci siete voi, perchè io ora sono proprio incaxxata. Ma sorrido e non rispondo, Freud da lontano sembra farmi l’occhiolino. Il tutto finisce con psyco, il quale ha consumato un estathe (un estathe!!!) che mi lascia il tavolo semidistrutto con una montagna di zucchero spalmato sopra e lavorato con dell’acqua appositamente richiestami per ben tre volte a formare una pappetta appiccicosa, ed io che invece di pensarlo, salutandoli dico davvero arrivederci, la prossima volta però voglio pure il bambino al guinzaglio! Loro che mi guardano inorriditi e mio fratello che vorrebbe uccidermi ma ride e dice, eh! Direi! E niente, slego Freud che rientra baldanzoso senza un minimo di risentimento, e penso che si, quel bambino è davvero sfigato. Poi arriva Cristian di corsa si lancia per terra a testa in su Freud gli si mette di fianco a testa in su e lui inizia ad accarezzarlo e fa: ma che volevano quegli stronzi? Ahah, niente Cri, due succhi di frutta freschi e un estathe temperatura ambiente!!! Per dire le teste! E lui, continuando a giocare, dice: pensa tu! Che non lo so che pensa, ma so che poi ci sono bambini fortunati e tante persone belle. Il che, subito, mi consola. E per festeggiare mi mangio pure un leccalecca!

Senza alcun motivo.

19 giugno 2013 - Leave a Response

Meno complicato meno testardo meno contorto di Plà. Più diretto e lineare, con meno paure, meno difficoltà, meno cose da leggere al contrario. Più obbediente. Più devoto. Più spensierato e sicuramente più simpatico, più malleabile, più tollerante. Più adatto a campare e più semplice da gestire, più rispettoso, più generoso, meno concentrato su se stesso, più socievole, più leggero. E mi ama di più, e se non di più certamente sa amare meglio in generale, in un modo che arriva meglio, più palpabile, più dimostrabile e dimostrato, un modo che mette pace e comprensione e non ansia e muri alti sedici metri. Eppure. Eppure io come amavo Plà non ho mai amato nessun altro cane, compreso lui. Che lo adoro, ma non è la stessa cosa, e non ci posso nemmeno pensare a quanto diverso. E mi domando perchè, com’è, come diavolo funziona l’amore che non c’entra niente come sei e che fai per meritarlo.
Già, bella domanda.
Che poi è un quesito universale che nessuno ha saputo risolvere mai in secoli di filosofia, di poesia, di opere liriche. Secoli a struggersi senza trovare non solo il rimedio ma un motivo, uno straccio di spiegazione logica che plachi non dico il cuore ma almeno l’intelletto, la curiosità, la sete di sapere. Niente. L’amore prescinde per definizione dalle domande dalle risposte e dalla sacrosanta realtà. È quello il problema con l’amore, che c’è perchè c’è e fin quando c’è, e ciao. Il resto è bellissimo, persino commovente. Ma non è. Ed è più o meno questo che fa girare a vuoto il mondo intero dentro l’eurospin. Cazzarola. Come si fa?!?!

Credo

16 giugno 2013 - Leave a Response

image

Ci sono momenti nella vita in cui uno diventa patetico. O meglio, ci sono momenti in cui divento patetica io! Ecco. Se mai mi venisse in mente di scrivere qualcosa, questo sarebbe il momento giusto. Ma sono così attenta a cercare di evitare il pensiero, che difficilmente mi capiterà di scrivere, e parlare meno che mai. Ancora per un po’ riuscirò a distrarmi, aiutarmi, tenermi impegnata. Sembrare granitica. Poi scoppierò, e sarò esagerata, stucchevole, di burro. Mi capita così, quando succede che non si torna indietro e nemmeno so come andare avanti. Ma la vita è piena di fasi e forse no, forse è diverso. Ora mi manca un pezzetto, magari in qualche modo la nuova disposizione dei pezzi alla rinfusa crea un’altra me che sa razionalizzare e farcela senza spargimento di lacrime. Sarebbe un buon insegnamento da quel pezzo, il migliore di me, che mi conosce troppo bene per lasciarmi così senza di lui. So che in qualche modo ancora mi aiuterai Plà. So che mi saprai ancora consolare.
Vi sono sembrata patetica? È perchè non conoscevate Plà, e perchè una parte di me non può che essere contraddittoria e imperfetta. È che la casa è vuota Freud non dorme più sul cuscino e non mangia se metto il cibo nella ciotola tua, te ne rendi conto? Lui ti aspetta e un po pure io, e mi sembra tutto irreale e il corridoio vicino al portone per uscire sa di qualcosa che non vorrei. È che porca vacca puttana.

Ti lascio andare

5 giugno 2013 - Leave a Response

image

Lui è i momenti più belli e quelli più brutti degli ultimi dieci anni. È la tesi di laurea bruciata per l’ansia di essere rimasto dieci minuti in casa da solo, da cucciolo cucciolo, venti metri quadrati in cui si faceva di tutto ma proprio tutto e lui dormiva nella cesta ma poi in dieci minuti ha fatto saltare tutti i fili, benedetta la wireless che venne dopo. È tutti i calzini mangiati e tutte le ciabatte spaiate che ho. È a farsi le canne in campagna e i pic nic in spiaggia nelle notti torride d’estate. È l’amore con Luna, i cuccioli che quella sera da Samuele abbiamo spaccato il vetro della macchina quando ancora mangiavo carne e c’era uno che mi aspettava a casa mia perchè già l’aveva amorevolmente invasa. È il forasacco il giorno del matrimonio e un altro forasacco un giorno d’estate, qualche anno prima, quando mezzo intontito dall’anestesia si è lanciato dal finestrino dell’auto in corsa. È pomeriggi interi d’inverno accoccolati ai piedi di nonno che non si riusciva a farlo muovere nemmeno per mangiare. È che non si trovava più il giorno del funerale di nonno, che si era nascosto in cantina in un angolo buio e non voleva proprio uscirne. È tutte le volte che è scappato in un anelito di libertà che è stato subito sintomo di vecchiaia. Ma soprattutto è la spiaggia d’inverno, con il cielo terso e il freddo o sotto bufere di pioggia dentro e fuori, le passeggiate, il nostro gioco coi bastoncini, le corse con il cuore in gola e le camminate infinite tirando a bestia tutto il tempo perchè lui è così, ansioso di natura. Il bagno a primavera dopo la corsa ma col guinzaglio, perchè una volta è caduto dalla barca e c’ha il trauma, che i labrador amano l’acqua lui non lo sa, o la notizia non lo interessa abbastanza. È quel fisico scolpito e potente da palestrato e quello sguardo intelligente che fa quando è concentrato per capire qualcosa. È io distesa per terra a parlarci proprio ed indovinare le risposte sue sagge schizofreniche e rassicuranti. È quello sguardo che non preoccuparti, quando rientri ci sono io. È il ritorno a casa da ogni viaggio ed ogni magone prima della partenza. È stato uno con cui ho riso tanto ho pianto tanto e mi sono sentita libera di ridere piangere e urlare come volevo io, andarmene e restare. Con il suo sguardo attento mi sono guardata prima di dormire per dieci anni, e soprattutto gli ultimi, quelli un pochino più difficili e riflessivi. E stasera che mi guarda ed ha bisogno lui, la serata mi sembra strana. Devo fare qualcosa e la faccio. Sembrava impossibile muoversi e invece decido che usciamo, che merita il giro d’onore e lo farà. Siamo usciti. Ho aperto la porta e non era pronto come al solito sul piede di guerra. L’ho chiamato chiamato e richiamato cercando di non dare inflessioni alla voce, di sembrare una tranquilla e spontanea e va tutto bene. Ma lui la mia angoscia l’ha curata troppe volte per non riconoscere quando c’è e perchè. Ho fatto le scale e ancora niente, non c’era tra i piedi a cercare di arrivare prima. Allora arrivata al portone ho provato con la parola magica, io ti conosco quella funziona: Plà prendo il guinzaglio. E lui in piedi, tutto storto e teso e rattrappito però per un attimo con la sua luce negli occhi. Abbiamo fatto un giro del corso da tre minuti in un’ora è mezza, piano piano, albero albero, panchina panchina. Quante volte ho desiderato questa disciplina, non dover andare di fretta ed essere trascinata dalla sua baldanza. Ci siamo fermati spesso ma eravamo felici, io e lui, come sempre. Ora è qui che arranca il respiro e si alza con sforzi immani e muove solo appena la coda perchè devo stare tranquilla. Io non ti voglio con me per forza, io non voglio che tu soffra. Te l’ho promesso l’altro giorno, fidati di me, io non ti faccio stare male. Io ti lascio andare.

Chi non ha mai avuto un cane non lo sa, cosa significa amare ed essere amati.

Chi ha avuto te, è stato casualmente il “padrone” più fortunato del mondo.

Ciao patata.

Miscuglio

17 maggio 2013 - Leave a Response

Andrea che mi guarda dalla spiaggia e allarga le braccia, ti prego basta, inconsapevolmente nel mezzo della tempesta pure sua, con Barbara qualche metro dietro che ha già la faccia assente, un po’ triste e un po’ pure sollevata dalla nuova soluzione piovutale dal cielo, finita ora nel matrimonio già calcolato che faceva già afa allora più del caldo insopportabile di quell’estate infinita!

Io dietro al bancone, che canto senza saper cantare, cinquantamilaaaa lacrime, come se l’avessero scritta per me, non basteranno perchèèèè, musica triste sei tu dentro di me. A me piace cosìììì, che se sbaglio è lo stessooo, perchè questo dolore, è amore per te. Nooon mi guardare, non lo senti il dolore, brucia come un taglio nel sale. Canto e vado in loop, è la mia, la metto ancora, di nuovo, ancora. E gli altoparlanti che amplificano pure in spiaggia, diffondono la mia follia, annoiano i clienti che non hanno, o non hanno ancora, o avrebbero ma non lo sanno ancora, cinquantamilaaaa lacrime da piangere.

Oggi va per caso alla radio. Mi fermo, canticchio, a voce bassa, sorrido. Guardo il bancone e vedo me nel polverone di allora, nitida per l’ordine di ora, tenera e spaesata, spettinata come sempre, con le valanghe di pensieri contorti e le occhiaie, i desideri disordinati e inondazioni di incomprensibile emotività. Sento tutta la vita che c’era, ora che non sento il dolore il ricordo diventa dolce, avvolgente, rassicurante. La musica è quasi nostalgia, nostalgia perfino della paura, nostalgia di quel non chiedere il permesso, perchè quel dolore era amore per te e un miscuglio di altre cose che non distinguevo ma che già allora sapeva di miscuglio buono.

In attesa nella sala d’aspetto del tribunale della Sacra Rota, mio fratello dentro a testimoniare la sua posizione di sempre, un’ora libera che è oro colato in questi giorni frenetici di inizio stagione, tante cose da dire da scrivere da aggiornare. La politica, le amministrative, il clientelismo di Porto Sant’Elpidio a livelli  da rivoluzione. La mia nuova fase “integrata”: il bagnino palestrato e le sbobbe di proteine che incurante delle mie fobie di sempre ho accettato di tracannare, lo specchio somatico dall’aver finalmente capito che no, non basto a me stessa, soprattutto da vegana, basta con la paura di essere aiutata. La teoria antigrillina dell’inciucio a tutti i costi e la sua valenza al di là dei confini della politica: se hai una cattiva idea di me, un giorno finirai per aver ragione. La mia assoluta serenità nell’accettarla. Il litigio con Fidia, puntuale ma improvviso, le cose che mi sono uscite di bocca e lo stupore, insieme al sollievo, di averle pensate. Certe volte il quieto vivere non è soluzione, anche se io sono teoricamente del partito opposto. Veruska che sostituisce Irina negli insegnamenti della prospettiva opposta che altrimenti non vedrei mai, le persone così diverse da me sono alla fine le più preziose, se solo riuscissi a tenere a mente le lezioni e farle durare nel tempo: ognuno ha le sue ragioni, per carità, ma non posso dimenticare le mie e questo è quanto.

Tenevo ottomila post in mente, da scrivere e ricamare alla prima pausa di tempo libero. Invece gli auricolari, Nina Zilli pure qui, che in generale nemmeno mi piacerebbe, di nuovo quelle sensazioni, proprio ad un passo dall’annullerle tutte insieme al matrimonio ed al marcio che ha portato con sé e che non smette di fermentare in un terreno che rimane sempre troppo fertile di cattive idee.

Le braccia di Andrea il primo pensiero, quell’innocente “tanto prima o poi ti spacco il cd” e quelle cinquantamilaaaa lacrime che ci avrebbero uniti dopo, e tutte le altre canzoni da colonna sonora ogni mattina. Poi lui e me dopo tutto, e il tempo giusto in mezzo, e tutto il rock di adesso.

Adoro questa vita sgangherata e tutti quelli che sanno capirla, o ci provano perlomeno!

Circolano voci

19 aprile 2013 - Leave a Response

Circolano voci su di me, ma non me ne curo perchè ormai sono voci che circolano su una me che non sono io. Nel senso che le voci hanno preso il sopravvento e hanno dato vita ad un’altra me, della quale ora si sparla, un personaggio autonomo e bislacco che ormai ha vita propria e va avanti per conto suo, con una certa coerenza debbo dire, quella coerenza che se almeno ce l’avessi io!
Ad un certo punto uno sceglie, decide se lottare contro i registi del film oppure sedersi comodi e vedere come lo fanno andare a finire. Io sono pigra e curiosa, motivi per cui ho già da un pezzo scelto la seconda opzione. Mi chiedo però, come faccio sempre dopo un film che mi turba, che razza di menti malate bisogna avere per inventarsi certi personaggi. Chi mal pensa mal fa, evidentemente. Gli artisti sublimano e ci diventano famosi, le mezze seghe si accontentano di me!

Incontinenza emotiva

17 aprile 2013 - Leave a Response

Ci sono giorni, e sono scientificamente rintracciabili con precisione come quelli che vanno dal ventire (massimo ventiquattro) al ventotto, in cui le emozioni o quelle forme latenti e vagamente nostalgiche sopravvissute alla realtà, strabordano da ogni dove è tu, devi stare attentissima. Non perchè siano pericolose, ma perchè potrebbero essere inopportune e manifestarsi con evidenza senza tempismo, per esempio producendo un eccesso di umidità che scavalca gli occhi proprio mentre, attraversando la strada, incroci un amico che non vedi da tempo, che si ferma per salutarti con un sorriso a trentasei denti e le braccia spalancate e tu hai la duplice opzione di gettarti tra quelle braccia fingendo una esagerata commozione a quella vista o alzare il braccio e tirare dritta senza guardare. Entrambe le opzioni lasceranno il tuo amico di stucco e produrranno un’eco di notizie poco rassicuranti sulla tua evoluzione emotiva, che passando da bocche amiche a bocche neutre a bocche nemiche diventeranno poi “quella stronza neanche saluta più” o “quella stronza zoccoleggia con tutti” a seconda dell’opzione che lì per lì scegli giudicandola, erroneamente, meno compromettente. Ecco, in quei giorni sei fragile come le foglie d’autunno, senti tutto come tuo e tendi a dare a tutto significati universali, le tue sinapsi mentali sono al massimo dei giri e allacciano collegamenti improbabili tra ogni oggetto anche inanimato e le sue possibili e silenziose sofferenze, tutto torna, tutto ha un significato alto ed umanamente intollerabile, più o meno come quando ti fai una canna ma più duraturo e più credibile. Ecco, in quei giorni, quello che non deve succedere, per esempio, è un attentato in cui muoiono bimbi che aspettano che i padri finiscano la maratona (questo, in verità, non deve succedere MAI). Oppure che vai a prendere il consueto caffè con un’amica amica e lei, che ti conosce, ti guarda con sospetto e ti fa la domanda che non deve. Ma soprattutto, in quei giorni, non deve succedere che tu pranzi con una delle persone più insensibili ed arroganti ed incapaci di ascolto del mondo, al quale vuoi pure bene per motivi off tipic troppo lunghi e comunque difficili da spiegare, e che, quel che è peggissimo, ti vuole pure bene. Cioè quello che proprio in quei giorni lì non devi incontrare,  è quel tipo di persone indelicate, che purtroppo circolano in quantità, che con la scusa dell’amicizia e del bene che ti vogliono, e più te ne vogliono peggio è, si prendono la briga di insegnarti a vivere, decidono di spronarti, di farti reagire, di scuoterti con la realtà nuda e cruda (la loro realtà, tra l’altro!) andando giù duri, cattivi, impietosi, senza empatia, compassione, vicinanza, affondando nelle tue debolezze, che conoscono bene e capiscono poco, lame sottili e inesorabili, e lasciandotele poi conficcate lì, che loro sono gente impegnata e ad una certa si è fatto tardi “Enrì la vita è dura reagisci cazzo ciao”. Se ne vanno soddisfatti, compiaciuti, orgogliosi di esserti stati utili, grati a sé stessi per essere come sono e dovresti essergli grata anche tu, che invece te ne resti lì, incredula, già stremata da giorni di tentativi di resistenza in attesa del ventotto libera tutti, già in bilico come un’equilibrista sul filo sottile delle tue faticose incertezze, a cercare di rimuovere i coltelli e pensare che se fosse stato il giorno tredici o quattordici sì, che quello lì l’avresti mandato dove merita senza difficoltà, e cioè VA AL DIAVILO Fì, con tutto il bene che ti voglio per carità!

Sos

12 aprile 2013 - Leave a Response

Soccorretemi o Soccombo!

Hanno tolto le colonnine, quelle che ci sono non funzionano. Perchè più o meno tutti hanno un cellulare.

Come se ad avere un cellulare uno non soccomba più.

Io per esempio ne ho due, e non sono salva per niente!

Dire fare

8 aprile 2013 - Leave a Response

Dire.
In questi mesi ho partecipato a diversi gruppi di discussione online, nazionali o locali. Il web mi attrae e respinge allo stesso tempo, odio qualsiasi forma di chat e sono perennemente offline, comunicare botta e risposta per iscritto mi mette ansia, anche whatsapp uso poco, lo stretto indispensabile per risparmiare sulle telefonate ed odio quelli che, date le informazioni del caso e scambiate al massimo due battute secche stanno lì ad inventarsi argomenti e domande per tirarla alle lunghe, se dobbiamo farci una chiacchierata ti chiamo, abbi pietà del mio tempo! Nei gruppi ci ho messo tempo prima di scrivere la mia, perchè scrivere non è come parlare, non si vedono il tono e l’espressione e per me è difficile, non sono abituata ad essere secca, concisa, rigorosa, ho bisogno di percezione sensoriale per capire e soprattutto farmi capire. Qui è diverso, lo scrivere qui è una forma di autoterapia, aiuta me a mettere a posto i pensieri, a tirarli fuori e dargli un senso, capirli. Se sono ingarbugliati non importa, non importa quello che riesco a comunicare, quello che passa, se alla fine se ne trae un’idea distorta. Non faccio sicuramente quello sforzo necessario in più, che serve quando esprimi un’opinione per un confronto, per uno scambio, per discutere intorno ad un argomento con l’intenzione di comporre i diversi punti di vista, far capire agli altri i tuoi perchè, magari convincerli o perchè no essere convinta, contaminarsi reciprocamente il punto di vista, crescere. Per far questo ci vuole equilibrio e concentrazione, basta un attimo, una virgola in meno un punto esclamativo in più che una battuta diventa una provocazione e ti ritrovi coperto di notifiche ed insulti, la comunicazione si interrompe e l’obiettivo è fallito. Di lì in poi il proseguo è solo sfogo, vomito di frustrazioni reciproche con la scusa della posizione e della ideologia. Succede spesso, spessissimo, anzi, la norma delle comunicazioni virtuali pseudo politiche pseudo sociali é vomito di frustrazioni, e chi le legge si ritrova intaccato solo il sistema nervoso. Purtroppo tutti hanno accesso aalla rete e questo è il suo grande potere ma anche l’immenso limite, siamo costretti a leggere l’opinione di tutti e c’è talmente tanta ignoranza in giro che ti viene il dubbio che la democrazia non sia quel gran bel sistema che pensavi, che forse un po’ la sopravvalutavi. che non tutti siano in grado di prendere una posizione. Fatto sta che in alcune conversazioni credevo che fossero i livelli ad essere diversi e che tanto bastasse per impedire la contaminazione reciproca delle idee. Dopo i tragici fatti della mia città, le urla i cartelli la pochezza dei pensieri e delle riflessioni, mi sono decisa. Mi cancello, niente più gruppi niente più condivisione, basta ne ho abbastanza il mio sistema nervoso non regge. Così, con la determinazione che mi contraddistingue, ho aperto Facebook ed invece di cancellarmi ho iniziato a scrivere. Ho pensato che le teorie vanno messe in pratica e che santa di quella Eva benedetta il dialogo dipende da me, ci doveva essere un modo per parlare con quelli che sembravano mostri, dovevo cambiare approccio, valutare ogni sillaba, cercare assolutamente di farmi capire. Non potevano essere tutti davvero così, doveva essere un limite della comunicazione e non mi stava bene per niente. Solo dopo mi sarei potuta cancellare.
Fare.
Ne sono uscite persone diverse, è uscito che abbiamo fondato un gruppo di solidarietà composto da gente che vedevo così lontana da me che mai avrei creduto. È uscito che quello che reputavo il peggior razzista del mondo si stava occupando di famiglie disagiate del Bangladesh. È uscito che restiamo di idee diverse, molto diverse, ma siamo tutti in grado e disposti a rimboccarci le maniche e fare, mettere da parte le ideologie e remare con i fatti. È uscito che sono persone di destra ma rispettabili (non tutti, ovviamente, ma abbastanza per avere una speranza). E niente, è uscito che quando leggi con i pregiudizi leggi male, e che anche io di pregiudizi sono piena. Poi mi sono complimentata con me stessa. Ogni tanto è utile!

Certi giorni

6 aprile 2013 - Leave a Response

Certi giorni tutto quello che vorresti l dire non avrebbe senso. Sarebbe banale scontato e fuori luogo.
Certi giorni fai la stessa strada di sempre per tornare a casa ma non è più la stessa strada, c’è un appartamento vuoto e non puoi non chiederti quanta sofferenza lo abitasse, quante lacrime silenziose, quanta disperazione. Quante volte ci sei passata sotto guidando assorta, presa da te stessa. Quante volte avrai incrociato i loro sguardi senza vederli, quante volte alla bottega erano davanti a te e tu insofferente e di fretta ad aspettare il tuo turno senza ascoltare. Ti chiedi come l’abbiano progettato, da quanto, a chi sia venuta l’idea, chi dei due abbia trovato il coraggio di proporlo per primo. Se si poteva evitare, se qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa. Ti dici che quelli sono morti nostri, vicini di casa, compaesani, più nostri che delle istituzioni. Ti sale lo sconforto per questa società che ci siamo creati nell’illusione di avere di più, e che invece ci costringe a lottare e sopravvivere, ognuno per i fatti propri, senza accorgerci delle tragedie silenziose che si consumano in casa del dirimpettaio. Pure qui, in questa cittadina così piccola che tutti riescono a sapere tutto di tutti, ma nello stesso tempo così cinica che nessuno sa fare niente per nessuno. Sai che mancano le istituzioni, si, che hanno delle colpe politiche a tutti i livelli, ma ti senti responsabile prima di tutto tu perchè sai che di più manca la solidarietà, la rete sociale, l’umanità. Entri nei forum della città in punta di piedi, ti aspetti lutto e grida di dolore dalla società civile ed invece trovi urla e polemiche sterili, ancora polemiche, anche oggi. Campagne elettorali e dita puntate, ancora, come se ci fosse qualcuno più pulito di altri. Accuse, accuse, accuse. Al sindaco, agli assessori, all’amministrazione, al presidente della Camera che annuncia la sua visita e: che viene a fare proprio lei che è la colpevole, che difende gli extracomunitari e toglie le risorse per noi italiani (e con ciò immagino  più degni). Ti accorgi subito che quei commenti sono lo specchio del problema,  che in un mondo incapace di provare empatia, umanità, che classifica pure la sofferenza in sofferenza di serie a e sofferenza di serie b, che vede concorrenza persino nella disperazione, tre persone deboli fragili ed in difficoltà non possono progettare altro che togliersi  la vita. E allora si il lavoro, i servizi sociali, l’amministrazione, ma ognuno di noi, ognuno di noi se ne va a letto con la coscienza sporca, con almeno un proposito di fare qualcosa e farla subito, e con una impellente necessità di silenzio.
Domani c’è lutto cittadino, vorrei essere stupita da una seppur inutile capacità di rispetto postumo e tardivo di un dolore fin qui inascoltato da ognuno di noi, nessuno escluso. Vorrei che questa mazzata ci avesse cambiati, ma in meglio. Vorrei che almeno fosse servito a qualcosa e che non siano solo tre inutili vittime in più.

Effetto dieta!

5 aprile 2013 - Leave a Response

Certe volte, soprattutto quando ho iniziato la dieta, ma anche quando l’ho solo pensata (tipo, da domani sto a dieta!) mi vengono delle strane nostalgie culinarie. Di solito quando mi viene una nostalgia rileggo un post e mi tornano oltre alle sensazioni i dettagli che non immagazzino mai e che per questo, conoscendomi, immortalo. Se la nostalgia è molto vecchia, pre-tecnologica,  tiro fuori i diari segreti, le agende, i quadernini sgualciti e tutti scritti che non ci si capisce niente.
Di quel viaggio non ho scritto post, perché tu blog eri stato “okkupato”, ti eri temporaneamente trasformato in centro sociale con tutte le rivendicazioni del caso e non ti potevo frequentare che quelli dei centri sociali a volte sono strani e di diritti e libertà conoscono solo i loro! Avevo scritto un diario di viaggio ma poi è rimasto nel volo Chicago Londra insieme alle stampe e ad un paio di souvenir che erano nel bagaglio a mano. Pochi, fortunatamente non sono una che torna dalle vacanze con i pensierini, ma aver perso i pensieri è già stata una pena.
Oggi tornavo a casa e volevo mangiare il piatto di omelette con le mele e patate julienne croccanti di “Sophia’s house of pancake”, Michigan city, Indiana – per i dettagli tecnici non ho gli appunti di viaggio ma ho Cecilia, che ci viaggio a fare, sennò, con miss ordine e perfezione?!;). Ci avevamo mangiato la prima mattina a colazione, ma gli americani hanno uno strano rapporto con il cibo, o forse siamo noi quelli strani a teorizzare insindacabili connessioni tra stomaco e orologio! Certo, il viaggio era iniziato il giorno precedente alle quattro di mattina – l’attesa in aeroporto un pochino esagerata ma si sa, miss ordine e perfezione vince anche tutti i concorsi a latere, compresi previdenza e puntualità! E questo pure è un bene perché arrivare con l’aereo in procinto di prendere quota come capita a me non è mai un buon inizio, di solito i passeggeri tutti seduti e con le cinte allacciate ti guardano male mentre tu sudata e con ingombranti inutiltà tra le mani cerchi di raggiungere il tuo sedile. Anyway la levataccia; l’attesa; le lunghe ore di volo con la bocchetta dell’aria condizionata sopra il mio naso che in compagnia della mia tensione cronica da mancanza di piedi per terra- chiamatela pure paura di volare- hanno generato un mal di testa di quelli “una volta all’anno ma mi uccidono”; l’immigrazione una volta atterrati che ti fa venir voglia di farglielo, un attentato (e io in fila che pronuncio più volte la parola attentato per far innervosire Cecilia e qualche vicino che sono convinti non si possa dire, che ci siano le telecamere a spiarci e prendersela se usiamo le parole bomba e affini… Mah!!!); la mezz’ora persa una volta giunto il mio turno perché un energumeno incazzato a bestia voleva aprire la mia borsa ma, prima, voleva che rispondessi ad una domanda che proprio non capivo e che era, ma tutto attaccato “areyousureitdoesntcontainarmbombsweaponsoranydeviceinordertodamnage?”- non ci sono bombe armi fucili o altre cose che potrebbero fare danni?- ecco, c’aveva ragione Cecilia mi hanno sentita!- No mister, non trasporto bombe né armi – bene, controlliamo! Io dopo questa sarei pure tornata a casa ma Miss dice che è per la sicurezza e fanno bene a fare così, prendere le impronte digitali e tutto, sfinirti appena arrivata e rendersi odiosi con domande stupide e formulate senza nessun tentativo di farsi capire dato che sei straniera sennò non staresti lì, magari che ne so cercare di rallentare o non mangiarsi le parole, ed io sono comunque  troppo stanca per farle notare questo è chiederle, tra l’altro, se la pena sarebbe aumentata per falsa testimonianza nel caso io avessi detto no e poi effettivamente lui ci avesse trovato dentro un mitra. Niente, quelli precisi non li capirò mai!
Messo il primo piede polemico nel terra della più grande (o inesistente?) democrazia mondiale, altra fila per prendere la macchina, e qui, per affidarci un cinquantamila euro di fuoristrada nuovo di zecca ci hanno chiesto quasi nemmeno nome e cognome, giusto la carta di credito per sicurezza e via! Ehmm vorremmo arrivare in Canada, cambiare stato, è possibile? Ma certo, che domande! Ecco, evviva gli States. Chicago ci accoglie con un temporale che sa di tromba d’aria e uscire dalla città, con una specie di raccordo a sedici corsie, l’alluvione, il traffico che in confronto il GRA all’ora di punta è una pista ciclabile, il mal di testa spaziale e, soprattutto, la benché minima idea di dove andare,  hanno reso l’inizio del viaggio molto simile a quello di avventure nel mondo che avrei tanto voluto fare. L’insegna del red roof motel al lato della strada dopo una cinquantina di miglia, apparsa nel buio artificiale del temporale  come un miraggio, ci è sembrato un segno del nostro benevolo destino, forse ci salviamo! Poco importa che è un motel per camionisti sporco sudicio con la moquette dagli acari visibili ad occhio nudo, poco importa pure che col fusorario saranno nemmeno le sette di sera: io mi faccio un paio di gargarismi con l’acqua e le bustine di sale appositamente rubate in aereo, cerco di liberare un po’ il naso, mi appoggio vestita sul letto, mi copro con il mio giubbino e mi difendo dalle lenzuola dall’aspetto poco invitante distendendoci sopra la coperta a sua volta rubata in aereo proprio perché può sempre servire(cosa che, lo capirete, aveva provocato un’accesa discussione con Cecilia, a nulla valendo le mie spiegazioni in base alle quali loro me l’hanno data e quindi la coperta è mia, l’ho pagata con il biglietto insieme ai pasti e tutto il resto! essere trattata per questo come il peggiore dei criminali! Ora che non sa come mettersi in quel letto e mi guarda con sottile invidia, capisco che la vorrebbe pure lei, ed io in un eccesso di generosità, o forse solo in un vile tentativo di farla diventare complice, gliela offro! Ovviamente senza risultato!). E così, senza cena e senza nemmeno degnare di un’occhiata la cartina per sapere dove diavolo siamo, mi addormento e resuscito dopo dodici ore: c’è il sole, il motel sembra pulito ed è bellissimo, ad un piano e lungo lungo che dà su di un piazzale brecciato in cui sono parcheggiati in fila camion enormi con le corna come quelli dei film, la mia testa è leggera nonostante il persistere del raffreddore, Miss è sveglia ed ha già consultato la cartina, comunica alla truppa (che purtroppo per lei sono io soltanto) che siamo a Michigan city, sul lago Michigan ma non nello stato del Michigan, ancora in Indiana. Lo dice come se fosse normale chiamare una città con il nome dello stato confinante. E vabbè!
Siamo dirette verso un parco sperduto al nord del Canada, a vedere le foglie rosse che Miss ha visto in foto e sembra siano una della più grandi attrazioni dell’universo, forse per chi studia botanica, faccio io, per chi ha un po’ di sensibilità per la natura, fa lei. Quelle sono lo scopo di questo viaggio on the road oltreoceano, organizzato in pochi minuti perché io sono una che si lascia entusiasmare facilmente e perchè, oltre alle foglie rosse, passerò qualche giorno con Aba che da quando si è trasferita a Chicago e non la vedo ha avuto non uno ma due figli! Non abbiamo nemmeno deviato troppo dal percorso andando a naso: tutto va bene. Abbiamo solo tanta, tantissima, fame e per questo ci fermiamo al primo posto che abbia l’aria di un posto per mangiare: Sophia’s. Non mi aspettavo cappuccino e cornetto, però nemmeno una taverna in piena regola strapiena di obesi col cappello che si strafogano di hamburger cipolle zuppe e pancake col succo d’acero alle sette e mezza del mattino. Non importa, anzi, ho fame e l’atmosfera è estasiante, devo essere finita in un telefilm. Ordino omelette con le mele, avendo subito la percezione che essere vegetariani qui sarà un percorso ad ostacoli pieno di uova (ancora le mangiavo pure senza conoscere le galline) e biscotti (ancora li mangiavo e basta). Arriva l’omelette e credo siano dodici uova, un piatto che avrebbero faticato quattro persone. Idem per la porzione di Miss che in questo trova le ragioni della loro obesità ma che, con calma, divora tutto. Molto bene, qui ci torniamo. E, dopo duemila miglia: un tentativo di arresto con le pistole e il placcaggio in autostrada in piena regola- io che tra un po’ svengo e Miss che gongola perchè sono miglia e miglia che mi dice di rallentare; dopo il non aver visto nemmeno una foglia rossa- troppo caldo, non è ancora ora, ci spiace- e Miss che vorrebbe prendersela con la natura ma non può e allora in qualche modo ripiega su di me, dovevamo partire tra un po’; dopo i chilometri di notte in mezzo agli orsi perchè non si trovava da dormire- oggi è festa non avete prenotato? Miss non hai prenotato??!!! Dopo l’amore per Toronto e la “sòla” assurda delle cascate del Niagara; dopo villaggi incantati e fuori dal tempo, grandi laghi, piccole città ma super tecnologiche, musei improbabili, case di architetti famosi in mezzo al nulla, stadi e partite di football del Buffalo con atmosfera da festa della birra! Dopo stradine strette e brecciate dallo sbocco improbabile e autostrade multicorsie in mezzo al nulla senza incontrare una macchina, dopo la neve, la casa degli spiriti per albergo, paesi senza ristoranti e ristoranti senza paesi, dopo conversazioni universali con il vecchietto più saggio del mondo e svariate altre avventure, di ritorno verso Chicago stremate, abbiamo davvero fatto una deviazione di alcune decine di miglia per tornare lì, da Sophia’s, a mangiare la frittata! Miss è razionale, non ama deviazioni e decisioni estemporanee fuori programma, ma sotto sotto il cibo è cibo pure per lei! Stamattina quando ho pensato l’omelette l’ho chiamata, lei si è ritrovata l’indirizzo e mi ha promesso che ci torniamo! E quel ricordo, della frittata, mi ha poi fatto scrivere questo polpettone: il potere del cibo, e della dieta!

Angus Dei

31 marzo 2013 - Leave a Response

Non ne ho mai parlato qui e c’è un motivo: le scelte drastiche mi puzzano sempre di fanatismo, ed io, che le scelte drastiche le sfuggo per istinto innato più che per elaborate ragioni teleologiche, ho fatto fatica nel tempo a vedermi così, drastica, assolutista, irremovibile. La pasqua, con la tradizione dell’agnello, ha scatenato nei social network una guerra feroce tra vegetariani-vegani ed onnivori che non avrei mai creduto, trovo complicato realizzare che chi consumi carne lo faccia con tanta agguerrita consapevolezza. Io non ci avevo mai pensato, mangiare hamburger e panini al prosciutto era naturale, faceva parte di un’abitudine indiscussa che non aveva niente a che fare con l’amore per gli animali. Che, poi, di fatto, non è la motivazione principale. Non sono particolarmente innamorata di manzi e maiali, pure adesso, pure se non sono più disposta a mangiarli e pure poco a vederli mangiare. Insomma, pure adesso che sono diventata una che le scelte drastiche le fa, ammorbidite da questo carattere flessibile e poco incline al definitivo, ma le fa. Amo i cani, sì, Ragù e “gli psicopatici” adesso e tutti quelli che ho avuto la fortuna di avere accanto nel corso della vita. Ma non possiamo dire che io ami tutti i cani in generale: ce ne sono alcuni che, lo dico con  sincerità, mi stanno istintivamente sulle palle (i cani somigliano ai padroni no?!). Ho un rapporto commovente con i cavalli ma non amo i gatti, per esempio, o peggio non mi so relazionare con loro, li vedo vagare per le case soffici puliti e silenziosi ma non ci instauro rapporti se non superficiali, sarà forse quello sguardo felino di cui mi fido e non mi fido. Insomma. Ho il terrore delle api e amo i delfini ma forse solo perché, si dice, quando ci sono loro non ci sono gli squali che quelli sì, che proprio davvero non li amo! Sono una vegetariana particolare quindi, perché ci sono diventata senza una radicata predisposizione nel tran tran della vita quotidiana di un giorno qualsiasi ma nemmeno tanto, un giorno difficile come erano difficili quei giorni in cui Marco non mi dormiva più accanto e mi alzavo al mattino con questo incubo addosso capace di catalizzare incessantemente tutti i pensieri. Mi sono trovata in macchina, che guidavo e forse ero un pericolo pubblico perché chissà che vedevo, con un camion davanti che trasportava mucche da macello, ferma in fila per un tempo che non so quantificare perché erano giorni dilatati quelli, non passavano mai. Minuti o forse ore, chissà. Le mucche mi guardavano e nell’assoluta autoreferenzialità che hanno i pensieri quando hai un dolore che ti sconquassa dentro, ho avuto un barlume di glaciale lucidità e così, con gli occhi fissi e corrucciati persi nel vuoto ho parlato da sola: “dove caxxo li portate questi”. Sarà che nel dolore ti riconosci, sarà che era tutto in discussione di me in quei giorni lì, o sarà stato un richiamo dell’universo che veniva da lontano. Io so che ci siamo guardate, io e le mucche, per quel tempo indefinito, e quegli occhi mi supplicavano, erano forza e innocenza mista a paura, terrore. Pezzi di libertà dentro catene logoranti appuzzate di morte. Ero impotente, qualcuno aveva stipato tutti quegli occhi in quelle brutte gabbie e li avrebbe fatti a pezzi di lì a poco, ed io non potevo spezzare le catene, nemmeno le loro. Io non avrei più stretto la mano di Marco e loro sarebbero finite a pezzetti più o meno spessi a seconda della ricetta. Entrambe le cose mi sono sembrate intollerabili, lì per lì. Né una più intollerabile dell’altra, a dire il vero (sì che questa cosa ora mi scandalizza pure un po’!). Non posso fare niente per la loro paura come, continuavo a dirmi, non posso fare niente per la mia. Però una cosa la potevo fare e, ho deciso, quella l’avrei fatta. Non avrei più mangiato carne, da me non sarebbe dipeso più nessun orrore.
Sono arrivata al lavoro con questo nuovo proposito che galleggiava sui pensieri vecchi e gli occhi gonfi, e anche se tutti mi conoscevano come quella affettivamente cinica e costantemente ironica, leggera e (apparentemente) rassicurante in ogni più melmosa circostanza, si erano presto abituati a quella nuova versione piagnucolosa ed inerte che vagava per le loro vite blaterando di continuo insostenibili litanie d’amore, né io avevo memoria di essere mai stata altro da quell’ombra insignificante. Insomma, un periodaccio! Gli occhi gonfi non hanno destato sospetto né domande, tutti hanno continuato operosi nelle loro faccende e la mia dichiarazione solenne, “non mangerò mai più carne in vita mia” è suonata come una cosa normale. Un sacco di cose giuravo e spergiuravo che non avrei più fatto, e visti da fuori i giuramenti sembravano più tentativi di convincere un eventuale Dio a perdonarmi in fretta che vere e proprie nuove consapevolezze. Il bello è che io stessa non mi sono stupita della mancata reazione che so, almeno di mia madre, che le teorie nutrizionali le conosce bene e avrebbe dovuto opporsi con tutte le forze a quella pericolosa carenza di proteine alle porte. Non me ne sono stupita né me ne sono più occupata per il resto della giornata, ormai avevo deciso e avevo veramente altro a cui pensare.
Sono passati giorni mesi e poi anni. La mia anoressia sentimentale ha raggiunto picchi storici e l’ironia cinica è tornata a regnare sovrana. Sono tornata in me e ne sono pure uscita di nuovo, con la leggerezza di sempre, senza più macigni da digerire o condanne a morte da scontare per non essere migliore. Ho accettato i miei limiti e la mia evidente umanità, ho accettato la solitudine ed ho imparato ad amarne l’altro lato: la libertà. Sono cambiate tante cose da quel giorno, ma la carne non l’ho più mangiata, mai più neanche un pezzetto, se possiamo non considerare una zuppa di pollo quest’estate sul cammino per Santiago, ordinata da un mio compagno di viaggio francese che per problemi linguistici l’ha scambiata per zuppa di asparagi e che al gusto di asparagi non sembrava ma di pollo nemmeno. A parte quella, mai più. Non è stato difficile: i pezzi di carne che mangiamo sono carcasse, pezzi di cadaveri non putrefatti solo grazie al freddo artificiale del frigo. Vederli per quello che sono non li rende appetibili né fa sembrare un sacrificio evitarli. Il dolore che si infligge all’universo, a questo tutt’uno di cui ogni essere vivente fa parte e in cui ogni gesto ogni parola ogni respiro ha un eco e si diffonde. L’assoluta inutilità della loro sofferenza, la disumanità utilizzata da questa razzaccia che siamo e che definiamo, con un senso dell’umorismo esilarante, proprio razza umana. L’impossibilità di nutrirmi della loro paura, della tristezza, della rabbia di un animale sul patibolo che sconta la sua condanna a morte senza processo. La vita orribile, indescrivibilmente angosciante a cui sono costretti prima e a causa del macello, il non poter sgranchirsi le gambe perché il muscolo nel sugo è meglio tenero. Le grida di dolore della mamma quando le strappano via l’agnello. Gli occhi che ti sanno guardare e pure parlare. La propensione a stare sempre, e comunque, dalla parte di chi non può difendersi. Questo è il perché. Per questo vorrei che tutti smettessero. Non perché amo gli animali, piuttosto perché in generale amo più gli uomini e li vorrei innocenti, liberi da questi crimini infamii, puliti. E pulita mi sento io, da quando piano piano ho eliminato tutti, o quasi, gli alimenti che comportano questa sofferenza.
Come sempre fatico a rientrare nei gruppi, nelle definizioni, nel fanatismo. La maggior parte dei vegani non mi vanno a genio perché, come spesso accade, nel darsi un nome si ghettizzano, si inaspriscono nelle posizioni, focalizzano l’attenzione sulle singole scelte e non sono più capaci di visioni d’insieme, si incattiviscono e non mi conquistano il cuore anche se ne condivido pienamente l’etica. In alcuni invece mi riconosco, e lì è bello davvero. Lentamente, molto lentamente, diventeremo un mondo civile, per ora c’è da combattere conmtro chi mi risponde: e allora l’insalata non soffre? (la prendevo a ridere, mi sembrava una battuta e pure divertente e invece no, secondo alcuni dovrei rispondere sul serio!) oppure attacca con la pippa dei canini, dello sbilanciamento nutrizionale, della catena alimentare fin dalla preistoria. O, ancora peggio, col buonismo, con dissertazioni psicologiche sulla mia necessità di mostrarmi migliore degli altri. A volte proprio offendono, ti danno dell’idiota della tisica (?!) della poveraccia. Io non reagisco, non voglio convincere nessuno con gli insulti, sarebbe come voler pretendere di essere amati con la forza. Aspetto, come per l’amore, che scatti qualcosa dentro l’anima. So che scatterà, che arriverà il momento. E nel frattempo amo l’universo con tutta la forza che ho.

Italians

24 marzo 2013 - 2 Risposte

Votano Grillo, e poi vogliono essere assunti a nero perché sennò perdono l’assegno di disoccupazione.
Se glielo fai notare, dicono che rubano tutti e loro non sono scemi.
Se gli fai notare che non è una giustificazione ti dicono: e allora tu che non fai tutto gli scontrini?
Se gli fai notare che tu gli scontrini li fai tutti perché sennò non risulti congruo e ti tocca comunque pagare la differenza, ti dicono che però se ci potevi guadagnare non li avresti fatti tutti.
Se gli fai notare che però questo è un processo alle intenzioni, ti dicono che i magistrati sono comunisti.
Se gli fai notare che i processi alle intenzioni non li fanno i magistrati, ti dicono che allora non sono processi.
Se gli fai notare che non c’è una logica nei loro discorsi, ti dicono il problema è tuo che perdi tempo a parlare con me.

Non ti resta che non assumerli e continuare con la ricerca di personale. Piano piano ti accorgi che non troverai un dipendente perché prendono tutti “la disoccupazione” e ti viene il dubbio che l’Italia sia più spolpata dagli italiani comuni che non dai loro degni rappresentanti! E, consiglieresti a tutti quanti, almeno trovatevi una foglia di fico! Ma, poi, desisti: chi ti capirebbe? (di certo non il muso nero, che mi viene proprio da chiamarlo così e la cosa mi ha fatto venire paura di essere razzista ma che no, credetemi, io non sono razzista, è lui che è veramente un italiano medio a tutti gli effetti e come tale cordialmente detestabile. Il muso nero, tra l’altro, è l’unica cosa carina di cui dispone!)

Il primo partito!

21 marzo 2013 - Leave a Response

Poco tempo fa De Mauro ha riportato i dati di uno studio internazionale sconcertante: il 5% della popolazione italiana è analfabeta, il 33% sa leggere ma capisce solo frasi lineari, soggetto verbo predicato; non più del 20% “possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita quotidiana”. Possiamo dire che l’80% della popolazione italiana legge ma non capisce il senso di un testo complesso (e la percentuale arriva al 99,99% se quel testo complesso l’ho scritto io complicandolo un altro po’!). Percentuali bulgare, le stesse che vorrebbe grillo per governare senza diversi confrontare con nessuno. Eccolo, il primo partito! Cari politici, buoni o cattivi, onesti o corrotti, mafiosi o procuratori antimafia, gli italians vi hanno fregato!

Ero stata ottimista

20 marzo 2013 - Leave a Response

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/19/m5s-dizionario-dellinciucio/535787/#.UUkQjbsYDBk.facebook

Avevo detto che nessuno era riuscito a trovare link per screditare Grasso e Boldrini, dimenticavo il professorino saputello. Il quale, tra l’altro, visto Berlusconi con l’uveite si è sentito morire: Berlusconi può stare male. Se può stare male è un uomo e se è un uomo può morire (per carità non è un augurio, il mio odio è veramente e senza il minimo dubbio solo politico e la morte non la auguro a nessuno). E se Berlusconi può morire, Travaglio poi che fa! Se fossi complottista come lui, arriverei quasi a pensare infatti che quella trasmissione con Santoro che di fatto ha decretato la rinascita della campagna elettorale del Berlu, quel lasciarlo mediaticamente stravincere, non fosse poi così casuale, che quando uno ha un nemico per mestiere in realtà deve preservare il nemico per preservare il mestiere. Ma io non sono complottista, e quindi opto per il pensiero numero due: Travaglio è un professorino, ed ha perso la sfida con Berlusconi perché lui, Berlusconi, fa un sacco di guai, ma fa. E tra chi fa e chi sa solo leggere l’argomento a piacere e non risponde a mezza domanda da che io lo conosca, indubbiamente vince chi è abituato a fare. E se fossi complottista, penserei pure che hai iniziato a procurarti altri nemici, caro Travagliato, per poter continuare a campare. Lo vedi quanto è facile esserlo, complottisti? Lo vedi che a voler cercare il marcio filano tutti i ragionamenti e nessuno è innocente? Ma tranquillo, io non sono complottista: credo solo che ti sia venuta una mania, che non è quella del sano giornalismo d’inchiesta che approfondisce le sue fonti quanto quella di chi cerca il marcio, il pelo nell’uovo, l’ombra che per forza c’è soprattutto quando c’è luce. A tua parziale discolpa capisco che il ventennio berlusconiano ha imbevuto di manie di persecuzione un po’ tutti noi, la particolarità delle faccende politiche nostrane ha esasperato i nostri modi. Ma, credo, sia ora di capire che Grasso non è Berlusconi, e che di chiunque si sia misurato con la realtà, e non abbia fatto solo il giudice senza contraddittorio e senza nemmeno l’onere del concorso di magistratura come te, si possa trovare il giorno, la parola, la circostanza, l’occasione in cui davvero poteva fare meglio. Direi che, chiarito questo, tu quando scrivi di Grasso è meglio che dai una sciacquata alla tua penna.
Tralascio tutto il resto della disquisizione sui metodi democratici del movimento perché le contraddizioni di diritto sono talmente evidenti da non richiedere la mia arringa. E ti va bene che non sono complottista, che se lo fossi mi dovresti pure spiegare come mai, sui patrimoni di Grillo e Casaleggio, non hai ancora scritto una sentenza!
Intanto aspetto qualcosina pure su Boldrini, daltronde nel suo frequentare strade sporche sono certa che anche a lei un giorno sia capitato di pestare una cacca.

La loro arte più raffinata!

18 marzo 2013 - Leave a Response

Attenti agli uomini comuni.
Alle donne comuni.
Attenti al loro amore.

Il loro amore è comune, mira alla mediocrità.

Ma nel loro odio c’è del genio, c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti, per uccidere chiunque.

Non volendo la solitudine, non concependo la solitudine, cercheranno di distruggere tutto ciò che si differenzia da loro stessi.

Non sapendo creare arte non capiranno l’arte. E considereranno il loro fallimento come creatori solo il fallimento del mondo.

Non essendo in grado di amare pienamente, crederanno il TUO amore incompleto.

E POI ODIERANNO TE.

E Il loro odio sarà perfetto come un diamante splendente.
Come un coltello.
Come una montagna. Come una tigre. Come cicuta.

Charles Bukowski
(dov’eri Charles quando ti cercavo?!!!)

Ehi gente!

18 marzo 2013 - Leave a Response

Entrati in cabina di comando l’aeromobile ha iniziato a traballare. È stata una questione di mala sorte, infondo. Fino ad allora si erano dedicati ad altro nella vita, e di come si pilota un aereo avevano coscienza quel tanto che basta per capire che certe manovre sono sbagliate, perché divertono solo i piloti e qualche loro amico in prima classe, mentre dalla business in poi si sentono solo vuoti d’aria e c’è troppa pressione, si respira a fatica, servirebbero delle maschere. Sapevano che quelle manovre le avrebbero evitate, o meglio avrebbero fatto di tutto per impedire al pilota di compierle ancora. Si deve cambiare rotta e arrivare alla meta con volo rapido, rettilineo e a bassa quota, bisogna fare solo queste cose semplici e definitive, andavano ripetendo fino allo sfinimento. Questo sapevano sul volare. Ma poi avevano avuto poco tempo a disposizione per imparare, ed avevano preferito il corso da assistenti di volo a quello vero e proprio di pilotaggio, che la matematica tutti quei grafici il funzionamento del motore i metodi di rifornimento non erano cose utili, quell’aggeggio vola pure se te non sai il perché, inutile perdersi nelle chiacchiere del potere, c’è da tagliare i costi inutili. E il corso da assistenti l’avevano fatto davanti al pc, non nello spazio, sempre per quella fissazione di risparmiare. Quindi sapevano benissimo come fare, tutte le istruzioni da dare, come indicare le uscite di sicurezza, dove trovare le maschere di ossigeno. Solo che. Una volta a bordo, si traballa un po’. In volo serve equilibrio anche solo per stare in piedi, mentre indichi le uscite di sicurezza non puoi ruzzolare a terra o vomitare per un improvviso mal di mare. E devi saper mantenere la calma, saper fare facce rassicuranti pure se dal comando vengono notizie non, rassicuranti. Non è ipocrisia, è necessità. Sennò i passeggeri vanno in panico, e dei passeggeri in panico assalgono per primo te, che pure sei lì per servirli. Devi avere esperienza insomma, il web è una figata ma la realtà è più complessa, è tridimensionale. Così preparati, e solo sulla carta, per fare gli assistenti di volo, si sono ritrovati in cabina di comando, per uno di quegli stravaganti giochi che fa il destino quando ti realizza i desideri al di là delle tue aspettative, chè a te bastava solo la possibilità di andarci vicino e continuare a sentirti un migliore potenziale. E lì, nella cabina di comando, ora non basta andare su google o premere play. È tutto così ingarbugliato! Vorresti risolvere con calci in culo e parolacce ma non bastano. Qualcuno chiama trappola la possibilità di votare per cambiare pilota e correggere la rotta, ti dicono che i piloti sono tutti uguali, tutti marci per definizione e tu non ci devi parlare, se anche uno fosse un mezzo mafioso e l’altro un procuratore anti mafia sarebbe lo stesso, non importerebbe, non fidarti di nessuno, se l’aereo sta cadendo in picchiata non importa, che si sfracelli pure al suolo, tu sei puro! E tu ti senti puro ma pure frastornato perché non sai più la trappola da che parte sta! Di sicuro la tua mente è in trappola: qual è il bene per i passeggeri? Mantenere il consenso dei più imperterriti con la storia della coerenza, o quello dei più saggi con la storia della stabilità? Pensare ai voti o ad aggiustare le cose? Chiamarlo inciucio o responsabilità? Tu sai che vorresti uccidere i piloti ma hai dato un occhio là dentro e non hai trovato il pedale del freno: come si farà? Se davvero i piloti si levassero dalle palle, ti chiedi, come farai a portare tutti i passeggeri in salvo? Sono tanti e pure incazzati, non puoi permetterti di sbagliare! Allora, tu che vieni dalla base e credi alla base, risolvi con la base: esci fuori dalla cabina di controllo e strilli forte come sai fate tu: “ehi gente, qualcuno sa come si pilota un aereo?”.
E la base fa: No!
E stiamo precipitando!
Non uccidere il capitano, idiota!