Archive for marzo 2014

Incipit
30 marzo 2014

“così non va, devo cambiare” disse lei. E si mise a fare i bagagli. Solo che per cambiare, lo realizzò all’istante, sarebbe dovuta restare ferma. Lo sapeva benissimo. Ma era già troppo tardi, una volta formulato il proposito non si dava certo modo di temporeggiare. Non che non permettesse alla sua testa di criticare ogni sua mossa, di rimuginare, accanirsi con forza contro ogni minimo dettaglio del suo muoversi o stare ferma, anzi, le sue contraddizioni le coltivava, le rispettava, rimaneva loro fedele fino infondo. Però nel frattempo si organizzava a seguire solo l’istinto, non si faceva disturbare più di tanto da quell’inevitabile rumore di fondo e, qualunque fossero le conclusioni raggiunte, lei organizzava la fuga. Adesso appunto era lì, l’autista le stava proprio indicando il suo posto: 45 lato finestrino. Meglio, “il lato corridoio è una delle cose che odio di più al mondo, non so dove appoggiare la testa per dormire ed il pensiero di finire nel sonno sulla spalla di uno sconosciuto mi tiene sveglia e nervosa per tutto il viaggio” pensò, passando come sempre dai massimi sistemi a certe immonde futilità con una leggerezza che avrebbe stravolto persino lei, semmai fosse riuscita ogni volta ad accorgersi dell’irruenza disordinata dei suoi pensieri. È che infondo si piaceva così, con quel potere di andare incontro alle cose senza farci caso, buttarsi dentro guardando in alto e fischiettando come se non ci fosse altra via che quel groviglio e poi sguazzare giù nella melma perchè è nella melma che ti vengono le idee migliori sul senso profondo da dare all’universo. Le piaceva sentirsi così, un po’ speciale e un po’ incapace. “Tu non sai campare”, le aveva detto andandosene il suo ex marito, e lei non aveva saputo resistere dal compiacersi del fatto che anche lui, anche mentre la abbandonava per sempre, la trovasse così inadatta a questo mondo. Era il suo modo per sentirsi a posto. Non era un complimento, sapeva per lo meno che non voleva esserlo. Sapeva che l’accusa gli veniva mossa con la disperazione di chi ci ha provato e non è riuscito a penetrare un muro fatto di finta leggerezza e difese astute mascherate da libertà. Sapeva con precisione quel che lui voleva dire e quali insopportabili momenti aveva in mente mentre parlava, sapeva quanto tutto questo le stava costando, in termini di perdita e sapeva che non si sarebbe più ripresa proprio per quello stesso fatto che “non sapeva campare”. Eppure, trovò irresistibile il fatto che qualcuno la conoscesse così bene e fosse riuscito a riassumere in una parola tutte le sue incapacità. Trovò assolutamente liberatorio ed assolutorio il fatto che questo mondo non fosse adatto a lei. Perchè era così che la vedeva, infondo. Lei non sapeva vivere perchè era sprovvista della capacità di adattamento, quella, stando a Darwin, fondamentale. E dunque era come era, senza contaminazioni. Questo avrebbe voluto dire soffrire in modo inverosimile per cose di cui solo lei al mondo si accorgeva, e poi di certo morire giovane (e con questo appagava in maniera definitiva le sue tendenze ipocondriache). E poi rialzarsi con quel sorriso illuminato di chi sa di essere un sopravvissuto. Era faticoso, sì. Ma c’erano dei passaggi in cui si sentiva così viva da credere che cambiarsi con una più appagata non valesse la pena. Aveva la pazienza di aspettare, i sogni segreti da sognare nel frattempo, e la forza per ricominciare tutte le volte. Era sufficiente. Non sapeva vivere la realtà, questo le dispiaceva, ma non tanto finché si vedeva alla ricerca. Come adesso, per esempio.