Archive for aprile 2013

Circolano voci
19 aprile 2013

Circolano voci su di me, ma non me ne curo perchè ormai sono voci che circolano su una me che non sono io. Nel senso che le voci hanno preso il sopravvento e hanno dato vita ad un’altra me, della quale ora si sparla, un personaggio autonomo e bislacco che ormai ha vita propria e va avanti per conto suo, con una certa coerenza debbo dire, quella coerenza che se almeno ce l’avessi io!
Ad un certo punto uno sceglie, decide se lottare contro i registi del film oppure sedersi comodi e vedere come lo fanno andare a finire. Io sono pigra e curiosa, motivi per cui ho già da un pezzo scelto la seconda opzione. Mi chiedo però, come faccio sempre dopo un film che mi turba, che razza di menti malate bisogna avere per inventarsi certi personaggi. Chi mal pensa mal fa, evidentemente. Gli artisti sublimano e ci diventano famosi, le mezze seghe si accontentano di me!

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Incontinenza emotiva
17 aprile 2013

Ci sono giorni, e sono scientificamente rintracciabili con precisione come quelli che vanno dal ventire (massimo ventiquattro) al ventotto, in cui le emozioni o quelle forme latenti e vagamente nostalgiche sopravvissute alla realtà, strabordano da ogni dove è tu, devi stare attentissima. Non perchè siano pericolose, ma perchè potrebbero essere inopportune e manifestarsi con evidenza senza tempismo, per esempio producendo un eccesso di umidità che scavalca gli occhi proprio mentre, attraversando la strada, incroci un amico che non vedi da tempo, che si ferma per salutarti con un sorriso a trentasei denti e le braccia spalancate e tu hai la duplice opzione di gettarti tra quelle braccia fingendo una esagerata commozione a quella vista o alzare il braccio e tirare dritta senza guardare. Entrambe le opzioni lasceranno il tuo amico di stucco e produrranno un’eco di notizie poco rassicuranti sulla tua evoluzione emotiva, che passando da bocche amiche a bocche neutre a bocche nemiche diventeranno poi “quella stronza neanche saluta più” o “quella stronza zoccoleggia con tutti” a seconda dell’opzione che lì per lì scegli giudicandola, erroneamente, meno compromettente. Ecco, in quei giorni sei fragile come le foglie d’autunno, senti tutto come tuo e tendi a dare a tutto significati universali, le tue sinapsi mentali sono al massimo dei giri e allacciano collegamenti improbabili tra ogni oggetto anche inanimato e le sue possibili e silenziose sofferenze, tutto torna, tutto ha un significato alto ed umanamente intollerabile, più o meno come quando ti fai una canna ma più duraturo e più credibile. Ecco, in quei giorni, quello che non deve succedere, per esempio, è un attentato in cui muoiono bimbi che aspettano che i padri finiscano la maratona (questo, in verità, non deve succedere MAI). Oppure che vai a prendere il consueto caffè con un’amica amica e lei, che ti conosce, ti guarda con sospetto e ti fa la domanda che non deve. Ma soprattutto, in quei giorni, non deve succedere che tu pranzi con una delle persone più insensibili ed arroganti ed incapaci di ascolto del mondo, al quale vuoi pure bene per motivi off tipic troppo lunghi e comunque difficili da spiegare, e che, quel che è peggissimo, ti vuole pure bene. Cioè quello che proprio in quei giorni lì non devi incontrare,  è quel tipo di persone indelicate, che purtroppo circolano in quantità, che con la scusa dell’amicizia e del bene che ti vogliono, e più te ne vogliono peggio è, si prendono la briga di insegnarti a vivere, decidono di spronarti, di farti reagire, di scuoterti con la realtà nuda e cruda (la loro realtà, tra l’altro!) andando giù duri, cattivi, impietosi, senza empatia, compassione, vicinanza, affondando nelle tue debolezze, che conoscono bene e capiscono poco, lame sottili e inesorabili, e lasciandotele poi conficcate lì, che loro sono gente impegnata e ad una certa si è fatto tardi “Enrì la vita è dura reagisci cazzo ciao”. Se ne vanno soddisfatti, compiaciuti, orgogliosi di esserti stati utili, grati a sé stessi per essere come sono e dovresti essergli grata anche tu, che invece te ne resti lì, incredula, già stremata da giorni di tentativi di resistenza in attesa del ventotto libera tutti, già in bilico come un’equilibrista sul filo sottile delle tue faticose incertezze, a cercare di rimuovere i coltelli e pensare che se fosse stato il giorno tredici o quattordici sì, che quello lì l’avresti mandato dove merita senza difficoltà, e cioè VA AL DIAVILO Fì, con tutto il bene che ti voglio per carità!

Sos
12 aprile 2013

Soccorretemi o Soccombo!

Hanno tolto le colonnine, quelle che ci sono non funzionano. Perchè più o meno tutti hanno un cellulare.

Come se ad avere un cellulare uno non soccomba più.

Io per esempio ne ho due, e non sono salva per niente!

Dire fare
8 aprile 2013

Dire.
In questi mesi ho partecipato a diversi gruppi di discussione online, nazionali o locali. Il web mi attrae e respinge allo stesso tempo, odio qualsiasi forma di chat e sono perennemente offline, comunicare botta e risposta per iscritto mi mette ansia, anche whatsapp uso poco, lo stretto indispensabile per risparmiare sulle telefonate ed odio quelli che, date le informazioni del caso e scambiate al massimo due battute secche stanno lì ad inventarsi argomenti e domande per tirarla alle lunghe, se dobbiamo farci una chiacchierata ti chiamo, abbi pietà del mio tempo! Nei gruppi ci ho messo tempo prima di scrivere la mia, perchè scrivere non è come parlare, non si vedono il tono e l’espressione e per me è difficile, non sono abituata ad essere secca, concisa, rigorosa, ho bisogno di percezione sensoriale per capire e soprattutto farmi capire. Qui è diverso, lo scrivere qui è una forma di autoterapia, aiuta me a mettere a posto i pensieri, a tirarli fuori e dargli un senso, capirli. Se sono ingarbugliati non importa, non importa quello che riesco a comunicare, quello che passa, se alla fine se ne trae un’idea distorta. Non faccio sicuramente quello sforzo necessario in più, che serve quando esprimi un’opinione per un confronto, per uno scambio, per discutere intorno ad un argomento con l’intenzione di comporre i diversi punti di vista, far capire agli altri i tuoi perchè, magari convincerli o perchè no essere convinta, contaminarsi reciprocamente il punto di vista, crescere. Per far questo ci vuole equilibrio e concentrazione, basta un attimo, una virgola in meno un punto esclamativo in più che una battuta diventa una provocazione e ti ritrovi coperto di notifiche ed insulti, la comunicazione si interrompe e l’obiettivo è fallito. Di lì in poi il proseguo è solo sfogo, vomito di frustrazioni reciproche con la scusa della posizione e della ideologia. Succede spesso, spessissimo, anzi, la norma delle comunicazioni virtuali pseudo politiche pseudo sociali é vomito di frustrazioni, e chi le legge si ritrova intaccato solo il sistema nervoso. Purtroppo tutti hanno accesso aalla rete e questo è il suo grande potere ma anche l’immenso limite, siamo costretti a leggere l’opinione di tutti e c’è talmente tanta ignoranza in giro che ti viene il dubbio che la democrazia non sia quel gran bel sistema che pensavi, che forse un po’ la sopravvalutavi. che non tutti siano in grado di prendere una posizione. Fatto sta che in alcune conversazioni credevo che fossero i livelli ad essere diversi e che tanto bastasse per impedire la contaminazione reciproca delle idee. Dopo i tragici fatti della mia città, le urla i cartelli la pochezza dei pensieri e delle riflessioni, mi sono decisa. Mi cancello, niente più gruppi niente più condivisione, basta ne ho abbastanza il mio sistema nervoso non regge. Così, con la determinazione che mi contraddistingue, ho aperto Facebook ed invece di cancellarmi ho iniziato a scrivere. Ho pensato che le teorie vanno messe in pratica e che santa di quella Eva benedetta il dialogo dipende da me, ci doveva essere un modo per parlare con quelli che sembravano mostri, dovevo cambiare approccio, valutare ogni sillaba, cercare assolutamente di farmi capire. Non potevano essere tutti davvero così, doveva essere un limite della comunicazione e non mi stava bene per niente. Solo dopo mi sarei potuta cancellare.
Fare.
Ne sono uscite persone diverse, è uscito che abbiamo fondato un gruppo di solidarietà composto da gente che vedevo così lontana da me che mai avrei creduto. È uscito che quello che reputavo il peggior razzista del mondo si stava occupando di famiglie disagiate del Bangladesh. È uscito che restiamo di idee diverse, molto diverse, ma siamo tutti in grado e disposti a rimboccarci le maniche e fare, mettere da parte le ideologie e remare con i fatti. È uscito che sono persone di destra ma rispettabili (non tutti, ovviamente, ma abbastanza per avere una speranza). E niente, è uscito che quando leggi con i pregiudizi leggi male, e che anche io di pregiudizi sono piena. Poi mi sono complimentata con me stessa. Ogni tanto è utile!

Certi giorni
6 aprile 2013

Certi giorni tutto quello che vorresti l dire non avrebbe senso. Sarebbe banale scontato e fuori luogo.
Certi giorni fai la stessa strada di sempre per tornare a casa ma non è più la stessa strada, c’è un appartamento vuoto e non puoi non chiederti quanta sofferenza lo abitasse, quante lacrime silenziose, quanta disperazione. Quante volte ci sei passata sotto guidando assorta, presa da te stessa. Quante volte avrai incrociato i loro sguardi senza vederli, quante volte alla bottega erano davanti a te e tu insofferente e di fretta ad aspettare il tuo turno senza ascoltare. Ti chiedi come l’abbiano progettato, da quanto, a chi sia venuta l’idea, chi dei due abbia trovato il coraggio di proporlo per primo. Se si poteva evitare, se qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa. Ti dici che quelli sono morti nostri, vicini di casa, compaesani, più nostri che delle istituzioni. Ti sale lo sconforto per questa società che ci siamo creati nell’illusione di avere di più, e che invece ci costringe a lottare e sopravvivere, ognuno per i fatti propri, senza accorgerci delle tragedie silenziose che si consumano in casa del dirimpettaio. Pure qui, in questa cittadina così piccola che tutti riescono a sapere tutto di tutti, ma nello stesso tempo così cinica che nessuno sa fare niente per nessuno. Sai che mancano le istituzioni, si, che hanno delle colpe politiche a tutti i livelli, ma ti senti responsabile prima di tutto tu perchè sai che di più manca la solidarietà, la rete sociale, l’umanità. Entri nei forum della città in punta di piedi, ti aspetti lutto e grida di dolore dalla società civile ed invece trovi urla e polemiche sterili, ancora polemiche, anche oggi. Campagne elettorali e dita puntate, ancora, come se ci fosse qualcuno più pulito di altri. Accuse, accuse, accuse. Al sindaco, agli assessori, all’amministrazione, al presidente della Camera che annuncia la sua visita e: che viene a fare proprio lei che è la colpevole, che difende gli extracomunitari e toglie le risorse per noi italiani (e con ciò immagino  più degni). Ti accorgi subito che quei commenti sono lo specchio del problema,  che in un mondo incapace di provare empatia, umanità, che classifica pure la sofferenza in sofferenza di serie a e sofferenza di serie b, che vede concorrenza persino nella disperazione, tre persone deboli fragili ed in difficoltà non possono progettare altro che togliersi  la vita. E allora si il lavoro, i servizi sociali, l’amministrazione, ma ognuno di noi, ognuno di noi se ne va a letto con la coscienza sporca, con almeno un proposito di fare qualcosa e farla subito, e con una impellente necessità di silenzio.
Domani c’è lutto cittadino, vorrei essere stupita da una seppur inutile capacità di rispetto postumo e tardivo di un dolore fin qui inascoltato da ognuno di noi, nessuno escluso. Vorrei che questa mazzata ci avesse cambiati, ma in meglio. Vorrei che almeno fosse servito a qualcosa e che non siano solo tre inutili vittime in più.

Effetto dieta!
5 aprile 2013

Certe volte, soprattutto quando ho iniziato la dieta, ma anche quando l’ho solo pensata (tipo, da domani sto a dieta!) mi vengono delle strane nostalgie culinarie. Di solito quando mi viene una nostalgia rileggo un post e mi tornano oltre alle sensazioni i dettagli che non immagazzino mai e che per questo, conoscendomi, immortalo. Se la nostalgia è molto vecchia, pre-tecnologica,  tiro fuori i diari segreti, le agende, i quadernini sgualciti e tutti scritti che non ci si capisce niente.
Di quel viaggio non ho scritto post, perché tu blog eri stato “okkupato”, ti eri temporaneamente trasformato in centro sociale con tutte le rivendicazioni del caso e non ti potevo frequentare che quelli dei centri sociali a volte sono strani e di diritti e libertà conoscono solo i loro! Avevo scritto un diario di viaggio ma poi è rimasto nel volo Chicago Londra insieme alle stampe e ad un paio di souvenir che erano nel bagaglio a mano. Pochi, fortunatamente non sono una che torna dalle vacanze con i pensierini, ma aver perso i pensieri è già stata una pena.
Oggi tornavo a casa e volevo mangiare il piatto di omelette con le mele e patate julienne croccanti di “Sophia’s house of pancake”, Michigan city, Indiana – per i dettagli tecnici non ho gli appunti di viaggio ma ho Cecilia, che ci viaggio a fare, sennò, con miss ordine e perfezione?!;). Ci avevamo mangiato la prima mattina a colazione, ma gli americani hanno uno strano rapporto con il cibo, o forse siamo noi quelli strani a teorizzare insindacabili connessioni tra stomaco e orologio! Certo, il viaggio era iniziato il giorno precedente alle quattro di mattina – l’attesa in aeroporto un pochino esagerata ma si sa, miss ordine e perfezione vince anche tutti i concorsi a latere, compresi previdenza e puntualità! E questo pure è un bene perché arrivare con l’aereo in procinto di prendere quota come capita a me non è mai un buon inizio, di solito i passeggeri tutti seduti e con le cinte allacciate ti guardano male mentre tu sudata e con ingombranti inutiltà tra le mani cerchi di raggiungere il tuo sedile. Anyway la levataccia; l’attesa; le lunghe ore di volo con la bocchetta dell’aria condizionata sopra il mio naso che in compagnia della mia tensione cronica da mancanza di piedi per terra- chiamatela pure paura di volare- hanno generato un mal di testa di quelli “una volta all’anno ma mi uccidono”; l’immigrazione una volta atterrati che ti fa venir voglia di farglielo, un attentato (e io in fila che pronuncio più volte la parola attentato per far innervosire Cecilia e qualche vicino che sono convinti non si possa dire, che ci siano le telecamere a spiarci e prendersela se usiamo le parole bomba e affini… Mah!!!); la mezz’ora persa una volta giunto il mio turno perché un energumeno incazzato a bestia voleva aprire la mia borsa ma, prima, voleva che rispondessi ad una domanda che proprio non capivo e che era, ma tutto attaccato “areyousureitdoesntcontainarmbombsweaponsoranydeviceinordertodamnage?”- non ci sono bombe armi fucili o altre cose che potrebbero fare danni?- ecco, c’aveva ragione Cecilia mi hanno sentita!- No mister, non trasporto bombe né armi – bene, controlliamo! Io dopo questa sarei pure tornata a casa ma Miss dice che è per la sicurezza e fanno bene a fare così, prendere le impronte digitali e tutto, sfinirti appena arrivata e rendersi odiosi con domande stupide e formulate senza nessun tentativo di farsi capire dato che sei straniera sennò non staresti lì, magari che ne so cercare di rallentare o non mangiarsi le parole, ed io sono comunque  troppo stanca per farle notare questo è chiederle, tra l’altro, se la pena sarebbe aumentata per falsa testimonianza nel caso io avessi detto no e poi effettivamente lui ci avesse trovato dentro un mitra. Niente, quelli precisi non li capirò mai!
Messo il primo piede polemico nel terra della più grande (o inesistente?) democrazia mondiale, altra fila per prendere la macchina, e qui, per affidarci un cinquantamila euro di fuoristrada nuovo di zecca ci hanno chiesto quasi nemmeno nome e cognome, giusto la carta di credito per sicurezza e via! Ehmm vorremmo arrivare in Canada, cambiare stato, è possibile? Ma certo, che domande! Ecco, evviva gli States. Chicago ci accoglie con un temporale che sa di tromba d’aria e uscire dalla città, con una specie di raccordo a sedici corsie, l’alluvione, il traffico che in confronto il GRA all’ora di punta è una pista ciclabile, il mal di testa spaziale e, soprattutto, la benché minima idea di dove andare,  hanno reso l’inizio del viaggio molto simile a quello di avventure nel mondo che avrei tanto voluto fare. L’insegna del red roof motel al lato della strada dopo una cinquantina di miglia, apparsa nel buio artificiale del temporale  come un miraggio, ci è sembrato un segno del nostro benevolo destino, forse ci salviamo! Poco importa che è un motel per camionisti sporco sudicio con la moquette dagli acari visibili ad occhio nudo, poco importa pure che col fusorario saranno nemmeno le sette di sera: io mi faccio un paio di gargarismi con l’acqua e le bustine di sale appositamente rubate in aereo, cerco di liberare un po’ il naso, mi appoggio vestita sul letto, mi copro con il mio giubbino e mi difendo dalle lenzuola dall’aspetto poco invitante distendendoci sopra la coperta a sua volta rubata in aereo proprio perché può sempre servire(cosa che, lo capirete, aveva provocato un’accesa discussione con Cecilia, a nulla valendo le mie spiegazioni in base alle quali loro me l’hanno data e quindi la coperta è mia, l’ho pagata con il biglietto insieme ai pasti e tutto il resto! essere trattata per questo come il peggiore dei criminali! Ora che non sa come mettersi in quel letto e mi guarda con sottile invidia, capisco che la vorrebbe pure lei, ed io in un eccesso di generosità, o forse solo in un vile tentativo di farla diventare complice, gliela offro! Ovviamente senza risultato!). E così, senza cena e senza nemmeno degnare di un’occhiata la cartina per sapere dove diavolo siamo, mi addormento e resuscito dopo dodici ore: c’è il sole, il motel sembra pulito ed è bellissimo, ad un piano e lungo lungo che dà su di un piazzale brecciato in cui sono parcheggiati in fila camion enormi con le corna come quelli dei film, la mia testa è leggera nonostante il persistere del raffreddore, Miss è sveglia ed ha già consultato la cartina, comunica alla truppa (che purtroppo per lei sono io soltanto) che siamo a Michigan city, sul lago Michigan ma non nello stato del Michigan, ancora in Indiana. Lo dice come se fosse normale chiamare una città con il nome dello stato confinante. E vabbè!
Siamo dirette verso un parco sperduto al nord del Canada, a vedere le foglie rosse che Miss ha visto in foto e sembra siano una della più grandi attrazioni dell’universo, forse per chi studia botanica, faccio io, per chi ha un po’ di sensibilità per la natura, fa lei. Quelle sono lo scopo di questo viaggio on the road oltreoceano, organizzato in pochi minuti perché io sono una che si lascia entusiasmare facilmente e perchè, oltre alle foglie rosse, passerò qualche giorno con Aba che da quando si è trasferita a Chicago e non la vedo ha avuto non uno ma due figli! Non abbiamo nemmeno deviato troppo dal percorso andando a naso: tutto va bene. Abbiamo solo tanta, tantissima, fame e per questo ci fermiamo al primo posto che abbia l’aria di un posto per mangiare: Sophia’s. Non mi aspettavo cappuccino e cornetto, però nemmeno una taverna in piena regola strapiena di obesi col cappello che si strafogano di hamburger cipolle zuppe e pancake col succo d’acero alle sette e mezza del mattino. Non importa, anzi, ho fame e l’atmosfera è estasiante, devo essere finita in un telefilm. Ordino omelette con le mele, avendo subito la percezione che essere vegetariani qui sarà un percorso ad ostacoli pieno di uova (ancora le mangiavo pure senza conoscere le galline) e biscotti (ancora li mangiavo e basta). Arriva l’omelette e credo siano dodici uova, un piatto che avrebbero faticato quattro persone. Idem per la porzione di Miss che in questo trova le ragioni della loro obesità ma che, con calma, divora tutto. Molto bene, qui ci torniamo. E, dopo duemila miglia: un tentativo di arresto con le pistole e il placcaggio in autostrada in piena regola- io che tra un po’ svengo e Miss che gongola perchè sono miglia e miglia che mi dice di rallentare; dopo il non aver visto nemmeno una foglia rossa- troppo caldo, non è ancora ora, ci spiace- e Miss che vorrebbe prendersela con la natura ma non può e allora in qualche modo ripiega su di me, dovevamo partire tra un po’; dopo i chilometri di notte in mezzo agli orsi perchè non si trovava da dormire- oggi è festa non avete prenotato? Miss non hai prenotato??!!! Dopo l’amore per Toronto e la “sòla” assurda delle cascate del Niagara; dopo villaggi incantati e fuori dal tempo, grandi laghi, piccole città ma super tecnologiche, musei improbabili, case di architetti famosi in mezzo al nulla, stadi e partite di football del Buffalo con atmosfera da festa della birra! Dopo stradine strette e brecciate dallo sbocco improbabile e autostrade multicorsie in mezzo al nulla senza incontrare una macchina, dopo la neve, la casa degli spiriti per albergo, paesi senza ristoranti e ristoranti senza paesi, dopo conversazioni universali con il vecchietto più saggio del mondo e svariate altre avventure, di ritorno verso Chicago stremate, abbiamo davvero fatto una deviazione di alcune decine di miglia per tornare lì, da Sophia’s, a mangiare la frittata! Miss è razionale, non ama deviazioni e decisioni estemporanee fuori programma, ma sotto sotto il cibo è cibo pure per lei! Stamattina quando ho pensato l’omelette l’ho chiamata, lei si è ritrovata l’indirizzo e mi ha promesso che ci torniamo! E quel ricordo, della frittata, mi ha poi fatto scrivere questo polpettone: il potere del cibo, e della dieta!