Archive for marzo 2013

Angus Dei
31 marzo 2013

Non ne ho mai parlato qui e c’è un motivo: le scelte drastiche mi puzzano sempre di fanatismo, ed io, che le scelte drastiche le sfuggo per istinto innato più che per elaborate ragioni teleologiche, ho fatto fatica nel tempo a vedermi così, drastica, assolutista, irremovibile. La pasqua, con la tradizione dell’agnello, ha scatenato nei social network una guerra feroce tra vegetariani-vegani ed onnivori che non avrei mai creduto, trovo complicato realizzare che chi consumi carne lo faccia con tanta agguerrita consapevolezza. Io non ci avevo mai pensato, mangiare hamburger e panini al prosciutto era naturale, faceva parte di un’abitudine indiscussa che non aveva niente a che fare con l’amore per gli animali. Che, poi, di fatto, non è la motivazione principale. Non sono particolarmente innamorata di manzi e maiali, pure adesso, pure se non sono più disposta a mangiarli e pure poco a vederli mangiare. Insomma, pure adesso che sono diventata una che le scelte drastiche le fa, ammorbidite da questo carattere flessibile e poco incline al definitivo, ma le fa. Amo i cani, sì, Ragù e “gli psicopatici” adesso e tutti quelli che ho avuto la fortuna di avere accanto nel corso della vita. Ma non possiamo dire che io ami tutti i cani in generale: ce ne sono alcuni che, lo dico con  sincerità, mi stanno istintivamente sulle palle (i cani somigliano ai padroni no?!). Ho un rapporto commovente con i cavalli ma non amo i gatti, per esempio, o peggio non mi so relazionare con loro, li vedo vagare per le case soffici puliti e silenziosi ma non ci instauro rapporti se non superficiali, sarà forse quello sguardo felino di cui mi fido e non mi fido. Insomma. Ho il terrore delle api e amo i delfini ma forse solo perché, si dice, quando ci sono loro non ci sono gli squali che quelli sì, che proprio davvero non li amo! Sono una vegetariana particolare quindi, perché ci sono diventata senza una radicata predisposizione nel tran tran della vita quotidiana di un giorno qualsiasi ma nemmeno tanto, un giorno difficile come erano difficili quei giorni in cui Marco non mi dormiva più accanto e mi alzavo al mattino con questo incubo addosso capace di catalizzare incessantemente tutti i pensieri. Mi sono trovata in macchina, che guidavo e forse ero un pericolo pubblico perché chissà che vedevo, con un camion davanti che trasportava mucche da macello, ferma in fila per un tempo che non so quantificare perché erano giorni dilatati quelli, non passavano mai. Minuti o forse ore, chissà. Le mucche mi guardavano e nell’assoluta autoreferenzialità che hanno i pensieri quando hai un dolore che ti sconquassa dentro, ho avuto un barlume di glaciale lucidità e così, con gli occhi fissi e corrucciati persi nel vuoto ho parlato da sola: “dove caxxo li portate questi”. Sarà che nel dolore ti riconosci, sarà che era tutto in discussione di me in quei giorni lì, o sarà stato un richiamo dell’universo che veniva da lontano. Io so che ci siamo guardate, io e le mucche, per quel tempo indefinito, e quegli occhi mi supplicavano, erano forza e innocenza mista a paura, terrore. Pezzi di libertà dentro catene logoranti appuzzate di morte. Ero impotente, qualcuno aveva stipato tutti quegli occhi in quelle brutte gabbie e li avrebbe fatti a pezzi di lì a poco, ed io non potevo spezzare le catene, nemmeno le loro. Io non avrei più stretto la mano di Marco e loro sarebbero finite a pezzetti più o meno spessi a seconda della ricetta. Entrambe le cose mi sono sembrate intollerabili, lì per lì. Né una più intollerabile dell’altra, a dire il vero (sì che questa cosa ora mi scandalizza pure un po’!). Non posso fare niente per la loro paura come, continuavo a dirmi, non posso fare niente per la mia. Però una cosa la potevo fare e, ho deciso, quella l’avrei fatta. Non avrei più mangiato carne, da me non sarebbe dipeso più nessun orrore.
Sono arrivata al lavoro con questo nuovo proposito che galleggiava sui pensieri vecchi e gli occhi gonfi, e anche se tutti mi conoscevano come quella affettivamente cinica e costantemente ironica, leggera e (apparentemente) rassicurante in ogni più melmosa circostanza, si erano presto abituati a quella nuova versione piagnucolosa ed inerte che vagava per le loro vite blaterando di continuo insostenibili litanie d’amore, né io avevo memoria di essere mai stata altro da quell’ombra insignificante. Insomma, un periodaccio! Gli occhi gonfi non hanno destato sospetto né domande, tutti hanno continuato operosi nelle loro faccende e la mia dichiarazione solenne, “non mangerò mai più carne in vita mia” è suonata come una cosa normale. Un sacco di cose giuravo e spergiuravo che non avrei più fatto, e visti da fuori i giuramenti sembravano più tentativi di convincere un eventuale Dio a perdonarmi in fretta che vere e proprie nuove consapevolezze. Il bello è che io stessa non mi sono stupita della mancata reazione che so, almeno di mia madre, che le teorie nutrizionali le conosce bene e avrebbe dovuto opporsi con tutte le forze a quella pericolosa carenza di proteine alle porte. Non me ne sono stupita né me ne sono più occupata per il resto della giornata, ormai avevo deciso e avevo veramente altro a cui pensare.
Sono passati giorni mesi e poi anni. La mia anoressia sentimentale ha raggiunto picchi storici e l’ironia cinica è tornata a regnare sovrana. Sono tornata in me e ne sono pure uscita di nuovo, con la leggerezza di sempre, senza più macigni da digerire o condanne a morte da scontare per non essere migliore. Ho accettato i miei limiti e la mia evidente umanità, ho accettato la solitudine ed ho imparato ad amarne l’altro lato: la libertà. Sono cambiate tante cose da quel giorno, ma la carne non l’ho più mangiata, mai più neanche un pezzetto, se possiamo non considerare una zuppa di pollo quest’estate sul cammino per Santiago, ordinata da un mio compagno di viaggio francese che per problemi linguistici l’ha scambiata per zuppa di asparagi e che al gusto di asparagi non sembrava ma di pollo nemmeno. A parte quella, mai più. Non è stato difficile: i pezzi di carne che mangiamo sono carcasse, pezzi di cadaveri non putrefatti solo grazie al freddo artificiale del frigo. Vederli per quello che sono non li rende appetibili né fa sembrare un sacrificio evitarli. Il dolore che si infligge all’universo, a questo tutt’uno di cui ogni essere vivente fa parte e in cui ogni gesto ogni parola ogni respiro ha un eco e si diffonde. L’assoluta inutilità della loro sofferenza, la disumanità utilizzata da questa razzaccia che siamo e che definiamo, con un senso dell’umorismo esilarante, proprio razza umana. L’impossibilità di nutrirmi della loro paura, della tristezza, della rabbia di un animale sul patibolo che sconta la sua condanna a morte senza processo. La vita orribile, indescrivibilmente angosciante a cui sono costretti prima e a causa del macello, il non poter sgranchirsi le gambe perché il muscolo nel sugo è meglio tenero. Le grida di dolore della mamma quando le strappano via l’agnello. Gli occhi che ti sanno guardare e pure parlare. La propensione a stare sempre, e comunque, dalla parte di chi non può difendersi. Questo è il perché. Per questo vorrei che tutti smettessero. Non perché amo gli animali, piuttosto perché in generale amo più gli uomini e li vorrei innocenti, liberi da questi crimini infamii, puliti. E pulita mi sento io, da quando piano piano ho eliminato tutti, o quasi, gli alimenti che comportano questa sofferenza.
Come sempre fatico a rientrare nei gruppi, nelle definizioni, nel fanatismo. La maggior parte dei vegani non mi vanno a genio perché, come spesso accade, nel darsi un nome si ghettizzano, si inaspriscono nelle posizioni, focalizzano l’attenzione sulle singole scelte e non sono più capaci di visioni d’insieme, si incattiviscono e non mi conquistano il cuore anche se ne condivido pienamente l’etica. In alcuni invece mi riconosco, e lì è bello davvero. Lentamente, molto lentamente, diventeremo un mondo civile, per ora c’è da combattere conmtro chi mi risponde: e allora l’insalata non soffre? (la prendevo a ridere, mi sembrava una battuta e pure divertente e invece no, secondo alcuni dovrei rispondere sul serio!) oppure attacca con la pippa dei canini, dello sbilanciamento nutrizionale, della catena alimentare fin dalla preistoria. O, ancora peggio, col buonismo, con dissertazioni psicologiche sulla mia necessità di mostrarmi migliore degli altri. A volte proprio offendono, ti danno dell’idiota della tisica (?!) della poveraccia. Io non reagisco, non voglio convincere nessuno con gli insulti, sarebbe come voler pretendere di essere amati con la forza. Aspetto, come per l’amore, che scatti qualcosa dentro l’anima. So che scatterà, che arriverà il momento. E nel frattempo amo l’universo con tutta la forza che ho.

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Italians
24 marzo 2013

Votano Grillo, e poi vogliono essere assunti a nero perché sennò perdono l’assegno di disoccupazione.
Se glielo fai notare, dicono che rubano tutti e loro non sono scemi.
Se gli fai notare che non è una giustificazione ti dicono: e allora tu che non fai tutto gli scontrini?
Se gli fai notare che tu gli scontrini li fai tutti perché sennò non risulti congruo e ti tocca comunque pagare la differenza, ti dicono che però se ci potevi guadagnare non li avresti fatti tutti.
Se gli fai notare che però questo è un processo alle intenzioni, ti dicono che i magistrati sono comunisti.
Se gli fai notare che i processi alle intenzioni non li fanno i magistrati, ti dicono che allora non sono processi.
Se gli fai notare che non c’è una logica nei loro discorsi, ti dicono il problema è tuo che perdi tempo a parlare con me.

Non ti resta che non assumerli e continuare con la ricerca di personale. Piano piano ti accorgi che non troverai un dipendente perché prendono tutti “la disoccupazione” e ti viene il dubbio che l’Italia sia più spolpata dagli italiani comuni che non dai loro degni rappresentanti! E, consiglieresti a tutti quanti, almeno trovatevi una foglia di fico! Ma, poi, desisti: chi ti capirebbe? (di certo non il muso nero, che mi viene proprio da chiamarlo così e la cosa mi ha fatto venire paura di essere razzista ma che no, credetemi, io non sono razzista, è lui che è veramente un italiano medio a tutti gli effetti e come tale cordialmente detestabile. Il muso nero, tra l’altro, è l’unica cosa carina di cui dispone!)

Il primo partito!
21 marzo 2013

Poco tempo fa De Mauro ha riportato i dati di uno studio internazionale sconcertante: il 5% della popolazione italiana è analfabeta, il 33% sa leggere ma capisce solo frasi lineari, soggetto verbo predicato; non più del 20% “possiede le competenze minime per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita quotidiana”. Possiamo dire che l’80% della popolazione italiana legge ma non capisce il senso di un testo complesso (e la percentuale arriva al 99,99% se quel testo complesso l’ho scritto io complicandolo un altro po’!). Percentuali bulgare, le stesse che vorrebbe grillo per governare senza diversi confrontare con nessuno. Eccolo, il primo partito! Cari politici, buoni o cattivi, onesti o corrotti, mafiosi o procuratori antimafia, gli italians vi hanno fregato!

Ero stata ottimista
20 marzo 2013

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/19/m5s-dizionario-dellinciucio/535787/#.UUkQjbsYDBk.facebook

Avevo detto che nessuno era riuscito a trovare link per screditare Grasso e Boldrini, dimenticavo il professorino saputello. Il quale, tra l’altro, visto Berlusconi con l’uveite si è sentito morire: Berlusconi può stare male. Se può stare male è un uomo e se è un uomo può morire (per carità non è un augurio, il mio odio è veramente e senza il minimo dubbio solo politico e la morte non la auguro a nessuno). E se Berlusconi può morire, Travaglio poi che fa! Se fossi complottista come lui, arriverei quasi a pensare infatti che quella trasmissione con Santoro che di fatto ha decretato la rinascita della campagna elettorale del Berlu, quel lasciarlo mediaticamente stravincere, non fosse poi così casuale, che quando uno ha un nemico per mestiere in realtà deve preservare il nemico per preservare il mestiere. Ma io non sono complottista, e quindi opto per il pensiero numero due: Travaglio è un professorino, ed ha perso la sfida con Berlusconi perché lui, Berlusconi, fa un sacco di guai, ma fa. E tra chi fa e chi sa solo leggere l’argomento a piacere e non risponde a mezza domanda da che io lo conosca, indubbiamente vince chi è abituato a fare. E se fossi complottista, penserei pure che hai iniziato a procurarti altri nemici, caro Travagliato, per poter continuare a campare. Lo vedi quanto è facile esserlo, complottisti? Lo vedi che a voler cercare il marcio filano tutti i ragionamenti e nessuno è innocente? Ma tranquillo, io non sono complottista: credo solo che ti sia venuta una mania, che non è quella del sano giornalismo d’inchiesta che approfondisce le sue fonti quanto quella di chi cerca il marcio, il pelo nell’uovo, l’ombra che per forza c’è soprattutto quando c’è luce. A tua parziale discolpa capisco che il ventennio berlusconiano ha imbevuto di manie di persecuzione un po’ tutti noi, la particolarità delle faccende politiche nostrane ha esasperato i nostri modi. Ma, credo, sia ora di capire che Grasso non è Berlusconi, e che di chiunque si sia misurato con la realtà, e non abbia fatto solo il giudice senza contraddittorio e senza nemmeno l’onere del concorso di magistratura come te, si possa trovare il giorno, la parola, la circostanza, l’occasione in cui davvero poteva fare meglio. Direi che, chiarito questo, tu quando scrivi di Grasso è meglio che dai una sciacquata alla tua penna.
Tralascio tutto il resto della disquisizione sui metodi democratici del movimento perché le contraddizioni di diritto sono talmente evidenti da non richiedere la mia arringa. E ti va bene che non sono complottista, che se lo fossi mi dovresti pure spiegare come mai, sui patrimoni di Grillo e Casaleggio, non hai ancora scritto una sentenza!
Intanto aspetto qualcosina pure su Boldrini, daltronde nel suo frequentare strade sporche sono certa che anche a lei un giorno sia capitato di pestare una cacca.

La loro arte più raffinata!
18 marzo 2013

Attenti agli uomini comuni.
Alle donne comuni.
Attenti al loro amore.

Il loro amore è comune, mira alla mediocrità.

Ma nel loro odio c’è del genio, c’è abbastanza genio nel loro odio per ucciderti, per uccidere chiunque.

Non volendo la solitudine, non concependo la solitudine, cercheranno di distruggere tutto ciò che si differenzia da loro stessi.

Non sapendo creare arte non capiranno l’arte. E considereranno il loro fallimento come creatori solo il fallimento del mondo.

Non essendo in grado di amare pienamente, crederanno il TUO amore incompleto.

E POI ODIERANNO TE.

E Il loro odio sarà perfetto come un diamante splendente.
Come un coltello.
Come una montagna. Come una tigre. Come cicuta.

Charles Bukowski
(dov’eri Charles quando ti cercavo?!!!)

Ehi gente!
18 marzo 2013

Entrati in cabina di comando l’aeromobile ha iniziato a traballare. È stata una questione di mala sorte, infondo. Fino ad allora si erano dedicati ad altro nella vita, e di come si pilota un aereo avevano coscienza quel tanto che basta per capire che certe manovre sono sbagliate, perché divertono solo i piloti e qualche loro amico in prima classe, mentre dalla business in poi si sentono solo vuoti d’aria e c’è troppa pressione, si respira a fatica, servirebbero delle maschere. Sapevano che quelle manovre le avrebbero evitate, o meglio avrebbero fatto di tutto per impedire al pilota di compierle ancora. Si deve cambiare rotta e arrivare alla meta con volo rapido, rettilineo e a bassa quota, bisogna fare solo queste cose semplici e definitive, andavano ripetendo fino allo sfinimento. Questo sapevano sul volare. Ma poi avevano avuto poco tempo a disposizione per imparare, ed avevano preferito il corso da assistenti di volo a quello vero e proprio di pilotaggio, che la matematica tutti quei grafici il funzionamento del motore i metodi di rifornimento non erano cose utili, quell’aggeggio vola pure se te non sai il perché, inutile perdersi nelle chiacchiere del potere, c’è da tagliare i costi inutili. E il corso da assistenti l’avevano fatto davanti al pc, non nello spazio, sempre per quella fissazione di risparmiare. Quindi sapevano benissimo come fare, tutte le istruzioni da dare, come indicare le uscite di sicurezza, dove trovare le maschere di ossigeno. Solo che. Una volta a bordo, si traballa un po’. In volo serve equilibrio anche solo per stare in piedi, mentre indichi le uscite di sicurezza non puoi ruzzolare a terra o vomitare per un improvviso mal di mare. E devi saper mantenere la calma, saper fare facce rassicuranti pure se dal comando vengono notizie non, rassicuranti. Non è ipocrisia, è necessità. Sennò i passeggeri vanno in panico, e dei passeggeri in panico assalgono per primo te, che pure sei lì per servirli. Devi avere esperienza insomma, il web è una figata ma la realtà è più complessa, è tridimensionale. Così preparati, e solo sulla carta, per fare gli assistenti di volo, si sono ritrovati in cabina di comando, per uno di quegli stravaganti giochi che fa il destino quando ti realizza i desideri al di là delle tue aspettative, chè a te bastava solo la possibilità di andarci vicino e continuare a sentirti un migliore potenziale. E lì, nella cabina di comando, ora non basta andare su google o premere play. È tutto così ingarbugliato! Vorresti risolvere con calci in culo e parolacce ma non bastano. Qualcuno chiama trappola la possibilità di votare per cambiare pilota e correggere la rotta, ti dicono che i piloti sono tutti uguali, tutti marci per definizione e tu non ci devi parlare, se anche uno fosse un mezzo mafioso e l’altro un procuratore anti mafia sarebbe lo stesso, non importerebbe, non fidarti di nessuno, se l’aereo sta cadendo in picchiata non importa, che si sfracelli pure al suolo, tu sei puro! E tu ti senti puro ma pure frastornato perché non sai più la trappola da che parte sta! Di sicuro la tua mente è in trappola: qual è il bene per i passeggeri? Mantenere il consenso dei più imperterriti con la storia della coerenza, o quello dei più saggi con la storia della stabilità? Pensare ai voti o ad aggiustare le cose? Chiamarlo inciucio o responsabilità? Tu sai che vorresti uccidere i piloti ma hai dato un occhio là dentro e non hai trovato il pedale del freno: come si farà? Se davvero i piloti si levassero dalle palle, ti chiedi, come farai a portare tutti i passeggeri in salvo? Sono tanti e pure incazzati, non puoi permetterti di sbagliare! Allora, tu che vieni dalla base e credi alla base, risolvi con la base: esci fuori dalla cabina di controllo e strilli forte come sai fate tu: “ehi gente, qualcuno sa come si pilota un aereo?”.
E la base fa: No!
E stiamo precipitando!
Non uccidere il capitano, idiota!

Freud e Platone versus Grillino senza palline!
17 marzo 2013

Passeggiata in grazia di Dio, io e la scorta. Platone al guinzaglio perché del suo sangue freddo non mi fido al cento per cento. È buono buono ma se qualcuno non gli va a genio lo attacca e mette su un polverone, non è come me. Freud invece si, lui lo libero perché è un cane ragionevole, gioca con tutti i cani socievoli della spiaggia ed evita con gran classe quelli che cercano rogna, un’annusata e sa subito da che parte andare. E Il genere umano lo prende in considerazione solo come dispensatore ambulante di coccole, per cui se qualcuno per caso lo guarda languido o gli fa due moine lui non è che solo si avvicina, ma lo prende per mano cerca di zompargli in braccio e potrebbe pure accompagnarlo a casa, lasciando me e suo padre per buoni minuti incalcolati. Il resto del mondo proprio non lo vede figuriamoci disturbarlo. Ho fatto una mezz’ora di corsetta così, con il sole e l’aria rigida che sapeva di mare. Una pace irreale. E infatti, breve! Perché in questo quadruccio idilliaco ha poi fatto irruzione un grillino. Uno di quelli giustizialisti e stressati, che di certo cammina in spiaggia di mattina presto per scaricare la tensione, ma la cosa non gli riesce, non funziona, i polmoni respirano aria superficiale e lo iodio non arriva dove dovrebbe non facendo bene il suo mestiere. Procedeva verso di noi a passo talmente incazzato che per prima cosa ho pensato che sarebbe finito in acqua senza nemmeno accorgersi. Invece a due centimetri dal mio naso si è fermato ed ha iniziato a blaterare che c’è una legge in base alla quale i cani vanno tenuti al guinzaglio. C’era tanto vento e le parole erano un po attutite ma lo stesso stridule e maleducate. Platone si è girato verso di me in attesa di istruzioni. Freud si è avvicinato e messo seduto, sembrava dirmi dai lascialo stare è stressato, mettimi il guinzaglio che andiamo. E così ho fatto, ho detto si ha ragione scusi e gli ho messo il guinzaglio. Pensavo vattene a quel paese, in verità, ma i pensieri non contano se non davanti a Dio e forse nemmeno, mi dovrei informare bene. Al che lui, che le tossine le voleva smaltire tutte, ha continuato ad agitarsi con tono ancora più rude. Scusi un caxxo, i cani devono stare al guinzaglio c’è una legge. Il che più o meno mi è sembrato lo stesso concetto, per cui ho fatto per andarmene dicendo si giusto ha ragione ma non si preoccupi è buono ora l’ho legato. Solo che quello non aspettava altro che io sbagliassi la risposta: buono un caxxo, che caxxo me ne frega che è buono lo devi tenere al guinzaglio per legge e invece lo stavi tenendo libero e poi al mare non lo puoi nemmeno portare. Al che Platone, forse riconoscendo la cazzata, ha smesso di aspettare istruzioni si è girato verso di lui ed ha intonato un abbaio cupo, a salve, di dissuasione tanto per cominciare. Freud ha iniziato a ringhiare a denti stretti, come se fosse un cane che sa il fatto suo, ed io incredula ho approfittato di quell’ammutinamento momentaneo per consigliargli di andarsene prima che decidevo di contravvenire alla legge per bene e di scioglierli tutti e due. Che dopo si che doveva chiamare l’avvocato! Siamo dovuti sembrargli tre duri e pericolosi, perché se n’è andato a passo sostenuto senza darci la schiena per un po’ e smettendo di citare le sue leggi, proprio in silenzio, che tra poco ci chiedeva pure scusa, mentre noi abbiamo proseguito dispiaciuti di dover ammettere che l’ignoranza vince sui modi educati più o meno sempre. E, di più, ci siamo chiesti che razza di mondo è quello in cui una popolazione intera di passeggiatori felici e mattutini in armonia con il mare ed i propri cani fosse fuorilegge mentre l’unico testa di caxxo cerca rogne nel raggio di chilometri aveva legalmente ragione. Cioè, io pensavo questo, mentre loro pensavano “dov’è che sono le crocchette?” Che poi, ad una certa ora, è l’unica cosa che davvero conta!

Standing ovation!
17 marzo 2013

Forse ci volevano i grillini. Lo dico senza rispetto per il movimento, ma con immenso rispetto verso quanti di loro se ne sono fregati delle regole ed hanno reso possibile un cambiamento. Che poi è precisamente quello per cui i grilli sono nati, fregarsene della regole e rendere possibile un cambiamento. Ci volevano loro perché nel pd si ascoltassero le suppliche di cambiamento e si superassero le logiche di partito. Ci volevano loro perché la sinistra italiana, sempre un po’ in debito di coraggio, meritasse, finalmente, una standing ovation così! Aveva ragione chi ha votato il movimento stellato proprio per questo. Ha avuto culo, perché nessuno conosceva le persone di quelle liste e quei tre quattro (o quanti voti sono stati) con la testa sulla spalle potevano pure non esserci, il che è perfettamente in linea con i miei dubbi. Hanno avuto culo ma, alla fine, quello che conta, è che hanno avuto ragione, e quindi standing ovation pure per loro!
Buu invece per scelta civica arroccata nella illuminata e ragionevole posizione di o Monti o niente, degna del peggior Grillo. E Monti che voleva presiedere il senato dimostra che quello lì, con tutto che ha lauree e blasoni, mi sa che è proprio ritardato. Buu alle donne del pdl che non hanno saputo applaudire Laura Boldrini e nemmeno un Grasso che citava Teresa Mattei, segno che fossero più misere di quanto apparisse, e appariva tanto. Buu (tanto per cambiare!) a Berlusconi che urla VERGOGNA alla folla, perché sembra una barzelletta ma non lo è, è proprio che non c’ha Dio davanti agli occhi, e temo la congiuntivite non c’entri. Buu pure ai detrattori di qualunque cosa, che non sono ancora riusciti a scovare verità svelate che gettino fango su Boldrini e Grasso. Forse qualcosa sta cambiando davvero. E buu pure a me che in un giorno così mi metto a dare peso al marcio e non mi limito ad una lunga e commossa standing ovation! Buon lavoro italia (ce n’è tanto, ma con la testa alta e lo sguardo lontano mi viene il dubbio che davvero si possa fare).

Sos blog!
14 marzo 2013

Ho scritto uno status su fb. Pensavo a quel silenzio di ieri sera, in piazza San Pietro. Pensavo che poi magari è vero tutto, ma le verità che non hai vissuto sulla pelle hanno così tante pieghe e così tanti angoli visuali che è difficile venirne fuori con le incrollabili certezze che servirebbero per un giudizio sereno e definitivo. E di più pensavo che di verità, su questo Papa neonato, conosco solo quell’impatto forte che ho avuto ieri sera, e pensavo che quello che volevo dire con il post di stamattina poi alla fine è che è solo quello che conta, di un Papa, averlo trovato accogliente, averne tratto una speranza. E di più ancora pensavo che una folla in caloroso silenzio è riuscita ad emozionarmi, a creare un campo magnetico che ha attratto e tirato giù le mie lacrime, che magari erano già lì in bilico, forse erano cose mie, forse era pure il preciclo eh! Però sono uscite e mi hanno attorcigliato il cuore e le budella, come quando si fa una pratica buddista tutti insieme, come quando si puntano gli occhi in alto e si sente la forza dei milioni di persone che stanno guardando quello stesso cielo. E mi è venuto spontaneo scriverlo, che nei social network circolano tante parole ma non c’è energia, anzi al contrario ci sono troll sparsi dappertutto e imbestialiti, più che altro, che l’energia la tolgono come tenta di apparire. E ho pensato che quello che manca è proprio una pagina dove uno possa andare se vuole incontrarsi ad altri livelli. Una sorta di meetic della spiritualità! E non esiste perché questo è il limite della rete, degli incontri virtuali. Ascolti ma non senti, ascolti così tanto, anzi, e così tanti, che poi è sempre più difficile sentire anche la realtà. Allora ho scritto: “è questo che manca alla rete: il silenzio”. In effetti il senso era difficile da capire! Ed in effetti abituati alla comunicazione di rete sembrava più che ce l’avessi con qualcuno! Un generico qualcuno che aveva detto qualcosa che non condividevo che però non volevo citare personalmente per qualche motivo che non volevo dire! Metodo tra l’altro che detesto e che non ho usato mai, tranne qualche rara situazione di emergenza emotiva in cui non ero in grado di intendere e volere ed ero sottoposta ad una quantità tale di provocazioni che finivo per uscire di senno. E, visto che sono nel meccanismo, posso tranquillamente dedurre che in molti si saranno sentiti destinatari, e di conseguenza offesi e messi sulle difensive. Qualche amica lontana avrà temuto che fossi di nuovo nei guai, perché con me non si può mai sapere. Qualcuna vicina ha sdrammatizzare e ironizzato e giocato. È finita con dei sorrisi, che mi hanno alleggerito i pensieri e sono la fortuna mia! Qualcuno però, ha approfittato dell’occasione. E siccome tu sei il mio sfogatoio personale, blog, ti posso usare per dirti che in amore e in guerra tutto è lecito, ma solo lì. Nel resto dei posti ci vuole calma, un sacco di calma, calma che posseggo in notevole quantità, e tuttavia non infinita!

Francesco
14 marzo 2013

Il Papa, per noi che crediamo ma così così, non è proprio Dio in terra. Noi gliela riconosciamo un po’ di parentela, ma solo se si sente, se la trasmette, se è Dio con gli occhi. Siamo gente di fede sì, ma fede più nel fatto che c’è un po’ di Dio in tutti noi. Il Papa, come ogni capo religioso del mondo, per noi fa questo mestiere qua: tira fuori la nostra luce, il nostro divino, spazza via la nostra oscurità. Ci bastano momenti, noi siam gente che vuole credere ma che ha la testa sulle spalle, non pretendiamo di salvarci con la sola imposizione delle mani. Sappiamo che tra bene e male tocca sempre a noi la scelta, ma ci piace che qualcuno ci mostri la via, ci ricordi che si può, ci riunisca tutti insieme e ci faccia toccare la nostra energia. Per questo ci scegliamo il nostro Papa. Per questo il cuore era ancora pieno di Wojtyla, nonostante l’immensità riscoperta di Ratzinger quando ha saputo mettersi da parte.
Il resto non ci interessa, a noi. Di macchie e di colpe e di complotti ne abbiamo piene le scatole. Davvero. Di scandali e corruzioni e pedofili e razzisti e dittatori ed abusi di potere. Di dietrologia. Di lati demoniaci di ogni cosa è pieno in ogni dove, lo sappiamo, siam gente di mondo noi. Ma il rumore proprio non ci interessa quando sentiamo quell’energia, quando ci riconosciamo.
Nel silenzio di una piazza imbevuta di persone diventate una sola anima abbiamo sentito la possibilità, la speranza, la compassione, un’onda di coraggio e spirito rivoluzionario che milioni di legittime urla non potrebbero mai.
Io ho tremato in quel silenzio.
Poi sono tornata alle parole, alla dimensione umana delle cose, alla mia dimensione umana e piccolina, per quanto io provi a dargli un senso.
È per questo che a Francesco oggi voglio dire grazie. Grazie, per quell’attimo. Non per le parole semplici, per lo sguardo puro, per l’accento caldo o perché preferisce il tram a l’auto blu. Non per l’umiltà, per il nome che è cambiamento e si sa che un cambiamento è quello che ci serve. Non per quello che ha fatto né per quello che farà. O meglio si, un po’ per tutto questo, ma queste son le parole- e di parole sul cardinal Bergoglio ne trovi pure di tremende.
Lo ringrazio perché noi che non ci innamoriamo facilmente, gli dobbiamo un’emozione. E non è poco.
Lo ringrazio perché abbiamo di nuovo il nostro Papa, la nostra dimensione di forte spiritualità e ci voleva.
Buona santità!

A me quando MI vengono certe idee
11 marzo 2013

A me quando MI vengono certe idee insieme alle idee mi viene pure la paura. Perché appena mi vengono, certe idee, che le penso così, da lontano, io lo so che mica sono matta che le metto in pratica. Però poi, non me le scordo! E col tempo, quando è tanto tempo che le ho pensate e mi vagano per la testa, quelle idee matte che non si dovrebbero nemmeno pensare iniziano a sembrarmi tipo normali, tipo cose che volendo si possono pure fare! E allora di sicuro io lo so, una volta che a me MI vengono quelle idee, prima o poi lo so che arriva il giorno che nemmeno me ne accorgo e le ho già messe in pratica. E sono cazzate!  Ecco, io dalla prima volta che mi vengono in mente come adesso, quelle idee lì, io so già che prima o poi farò una cazzata! E però non posso farci niente! Uff, che frustrazione mamma mia!!!

Quando l’illecito è meno illecito della legge.
11 marzo 2013

C’è la crisi, le attività faticano, i clienti diminuiscono mentre le spese si dilatano. Un meccanismo assurdo di tasse e adempimenti obbligatori e senza senso fatti apposta per mandare avanti il carrozzone, quella gente al latere delle attività che finora col lavoro degli altri ci ha mangiato e a volontà. Oggi si stenta, se si è in regola con queste regole criminali si chiude, non è che ci siano alternative. A meno che non sia un’attività di nicchia oppure tu sia un leader del settore. Bene. Bisognerà ricollocarsi, inventarsi un altro modo. Non stiamo qui a fare tragedie. Un paio di generazioni prima della nostra e bisognava uscire fuori dalla guerra! Si può fare, si deve solo cambiare il mondo, è un obiettivo un po’ di lungo termine ma ci arriveremo.
Nel frattempo, io ieri sera ero chiusa- facciamo una festa il ventitré e poi riapriamo direttamente per la stagione, e che Dio ce la mandi buona.
Quindi, come sempre succede quando sono in ferie ma non me ne sono andata da qualche parte, vado a dare una mano in pizzeria, da una mia amica. Lei non chiama l’aiuto del weekend, perché l’aiuto del weekend lo devi pagare, e capita che spesso non serviva, c’è la sala vuota e tu oltre a non aver incassato devi pure pagare gli extra. Ma, ovviamente, non puoi non chiamarlo, l’aiuto, perché se non lo chiami poi la sala di sicuro si riempie e allora lavori male, aspettano troppo, qualcuno si incavola e non li vedi più. E perdere i clienti ora proprio non è il caso. Insomma. La coperta è corta e come la tiri la tiri male. Allora. Allora scatta la solidarietà, scatta il mondo come dovrebbe essere: io passo verso le otto in pizzeria. Se la sala rimane vuota, piena quel che basta per servirla in due, che è il personale standard, quello assunto a tempo pieno con quattordici mensilità, per intenderci, io faccio due chiacchiere in cucina, sto un’oretta, mi faccio una birretta e ciao a tutti. Se, come ieri, la sala si riempie, mi metto la pannella e dò una mano. Un paio d’ore, il tempo che dura il delirio di domenica sera in pizzeria. Lo faccio gratis, lo faccio perché Ale è come una sorella e la pizzeria di conseguenza  è come se fosse mia. Prima mi pagava e mi facevo pagare, una sorella è la prima che non ti sfrutta e la prima da cui non ti fai sfruttare. Ero assunta a chiamata e quando serviva davvero lavoravo. Poi in tempi di crisi ti aiuti come puoi e siamo organizzate così. Va tutto bene fino a che non arriva l’ufficio del lavoro. Ed ecco qua! Il lavoratore va tutelato, questo è fuori discussione. Ma per tutelare il lavoratore prima bisogna tutelare il lavoro, e gli schemi del boom economico non sono adatti a questa realtà di chiamiamola regressione. Ho cercato di spiegare questo, di arrivare alla ratio della legge, di dimostrare che illecito non c’era e che quei lavoratori io li tutelo più di voi, perché la pizzeria è a rischio chiusura e se ne esce solo navigando a vista. Direi che avete tutte le ragioni, legali, per fare una multa che nei fatti anticipi la chiusura e arrivederci, ma direi pure che veramente, di questa crisi qua, voi controllori non ci avete capito proprio niente. E quella spocchia di paladini della giustizia dove l’avete comprata, nei negozi online di Casaleggio?

A come Amicizia
8 marzo 2013

Parlavo stamattina con un’amica lontana che non sentivo da un po’. Mi è arrivato un messaggio su fb che non erano nemmeno le otto, e lei è in quella parte del mondo in cui le nostre otto sono notte fonda, non so di preciso che ora anche se dovrei, me l’avrà detto ottocento volte e in più ci sono pure stata di persona, a trovarla lì dove vive lei! Il messaggio diceva “accendi Skype quando puoi” e siccome skype con la mia nuova connessione a carbone wind non funziona per niente, ho immediatamente chiamato dal cellulare. Mi ha risposto senza pronto “ma che sei fuori spendi un botto!” (che io li adoro gli stranieri quando hanno questa padronanza della lingua qua!). Ma che mi frega quanto spendo, è notte, non so nemmeno esattamente quanto notte, sei sveglia e su fb…che succede?! Niente, solo voglia incontrollabile di chiacchiere! Così abbiamo parlato ma poco perché il credito non era tanto e la distanza invece si, anche se quando sei al telefono non sembra, questi anni saranno pure bui ma che spettacolo la tecnologia! Il tempo di iniziare settecento discorsi e non finirne uno e sentirsi come se ci si fosse viste giusto ieri sera in pizzeria. Poi dirsi arrivo in ufficio e ti chiamo e poi invece non chiamarsi, affatto, magari per un altro anno circa o giù di lì! E allora pensarci, che l’amicizia è una cosa seria e non è che sia casuale. E questo non significa, sicuramente non significa per niente nella maniera più assoluta saper curare i rapporti, come sento dire qualche volta, “l’amicizia va curata!”. Che proprio a questo pensavo mentre poi facevo colazione, che in realtà sarei inguaiata, se fosse così, che io l’ultima cosa che so fare è curarli, i rapporti. L’amicizia è qualcosa che nasce, ti vivi insieme qualcosa, di breve o di una vita, e ti rimane appiccicata addosso una emozione, un bene al di là di quasi tutto. Non accade sempre, non accade con tutti, infondo scegliersi è un po’ come amarsi, è una selezione naturale. È quando non succede che l’amicizia diventa una fatica, quella cosa del doversi curare e ricordare e poi giustificare e cercare di migliorare per meritare. Insomma. Si però tu però io però se fosse se fossi se ci tenessi. Roba che mi farei monaca di clausura seduta stante!
In verità io spesso scompaio e poi nemmeno me ne accorgo che è passato tutto questo tempo.
Se c’è bisogno, si sa, mi matetializzo, con la sirena gli attrezzi del mestiere e tutto. Se serve mi faccio in quattro, in otto, in sedici pezzettini. Ma potrei di nuovo scomparire, quando di nuovo c’è calma di nuovo chi lo sa che fine ho fatto.
E viceversa nella mia vita puoi entrare ed uscire con facilità, senza tante domande, senza passare per la dogana. Lascio sempre le porte aperte come in quegli hotel che non hai l’orario per il rientro.
E sono veramente fortunata perché ho incrociato nella vita non poche persone come me, che subito la senti quell’affinità. Ma sono fortunata soprattutto perché chi ho nel cuore, anche se non è come me, mi sa amare così e non mi scambia con una più precisa ed affidabile che risponde subito e sai sempre dove sta e che sta facendo. Chi ho nel cuore mi accetta dentro casa che pianto le tende e i melodrammi quando qualcosa non va, che poi è successo una volta sola nella vita ma non passava mai e non si sapeva che farmi! E poi mi accetta che ci vediamo domani e invece niente, partita, addormentata, cambiato programma, città, lavoro, capelli, casa, idea! Certo, ho conosciuto anche qualcuno che quelli come me li detesta, oppure è attratto da tanto marasma ma poi tira fuori la lente e vuole spiegazioni, c’è un ritardo qui, e un assenza ingiustificata in questo giorno. E il bello è che anche io li detesto, e che non bisogna essere amici per forza! C’è anche chi mi vorrebbe aiutare e mi spiega come bisogna essere, mi spiega che così proprio non è modo e vorrebbe insegnarmi l’educazione e mi chiama ottocentonovantacinque volte di seguito e quando poi rispondo mi fa un cazziatone che nemmeno la maestra. E c’hanno ragione eh, c’hanno un mare di ragioni, non una ragione sola! Lo so, lo so benissimo, per esempio, la puntualità è importante se non sei puntuale non hai rispetto del mio tempo e se non hai rispetto del mio tempo non rispetti me, e nell’amicizia ci vuole rispetto. Si, certo…ma tutto qui? L’amicizia è come l’amore, non è come l’imu, non è una formula matematica, un calcolo in percentuale del valore catastale! E delle ragioni, come in amore, te ne fai poco così! Con le ragioni ci crei rapporti educati, utili conoscenze, buone compagnie come antidoto alla solitudine. Per una relazione, per un di più, ci vuole di più, e quando c’è di più nel cuore le ragioni non scompaiono, ma diventano piacevolmente elastiche e comprensive. Per fortuna mia, tra l’altro!

Comunque.
7 marzo 2013

Comunque io vorrei che le cose andassero sempre come dico io, perché secondo me quando le cose vanno come dico io vanno meglio. Che poi è vero che vanno meglio, perché il mio meglio è relativo e per quanto riguarda me se vanno come dico io è meglio, non c’è dubbio. Poi è anche vero che io ho la pretesa di sapere pure ciò che è meglio per gli altri, e se le cose vanno come dico io gli altri dovrebbero capire che vanno meglio pure per loro. Ma se gli altri volevano che andassero in un’altra maniera magari quando vanno come dico io loro pensano che vadano peggio. Ma si sbagliano, ovviamente!!!
Resta il fatto che se però le cose vanno come dicono gli altri, io alla fine spero che vadano bene lo stesso. E mi piacerebbe che anche gli altri avessero la stessa accortezza, mi piacerebbe!

UltreiaSuseia!
5 marzo 2013

Ok Santiago, oggi mi servi. Dà un occhio su verso piazza dei miracoli, che ti è pure familiare! In realtà non serve un miracolo, tranquillo. Le cose sono semplici e risolvibili pure per noi umani, se umani possiamo definire i chirurghi o i medici tutti. Per me sono extraterrestri, ma fortunatamente il mondo è pieno di persone diverse da me, che sono bravissima a fare coraggio e fingere disinvoltura, e invece sono ter-ro-riz-za-ta (ahah tanto adesso non puoi leggermi!!!:-p). I chirurghi dicono che sia facile e senza conseguenze. Io ci credo ciecamente e senza il minimo dubbio. Però adesso tu buttaci lo stesso un occhio che con te mi sento sempre più tranquilla. Forza forza domani arriva in fretta ❤

Seduta psichiatrica!
3 marzo 2013

Per esempio mi da fastidio l’espressione pidimenoelle. Perché è matematicamente scorretta e le cose matematiche devono essere corrette. È di sicuro un problema mio, ma su certi argomenti sono pignola: se volete fare i saccentini e sottolineare che sono tutti uguali le sigle sono pidielle e pidiellemenoelle. Pidimenoelle non significa una mazza!

E poi, qualcuno ve l’ha detto che per votare le proposte una ad una bisogna che prima un governo riesca a formarsi?

Potete smetterla con questi mantra senza senso e pensare che qui la nave affonda e voi state a cercare il tagliaunghie? “No no no, ho detto no e è no”. C’avete presente POU, l’applicazione di quella merda che dovete accudire (ma che razza di applicazione!!!)? C’avete presente quando ha già mangiato e voi volete dargliene un altro po’? Ecco, così, lo stesso quoziente intellettivo, lo stesso tono: nnno! nnno!

Ma infondo, è la giusta risposta a vent’anni di berlusconismo. Gli stessi geni che prima votavano quello che salvava il mondo dal comunismo, ora votano quello che salverà il mondo dalla politica tutta! voi non avete bisogno di un governo, voi avete bisogno di Nostradamus!
Il mondo non aveva nessun bisogno di essere salvato , prima che voi entraste in fissa con queste paranoie!

E adesso, questo vento di cambiamento, ci porterà a sposarci degli idioti per anni. A pse per esempio ci sono le comunali, ed è molto probabile che vinca un grillino. Un giustiziere della notte, col mantello e la maschera e tutto. E con la laurea sbandierata ai quattro venti – Io non sono grillina, perché sennò una vaga idea del posto in cui consigliargli di riporre la laurea ce l’avrei.
Mi sembra un po’ come se fossimo per anni stati fidanzati con uno che ci tardiva ad ogni festa, e adesso per reazione ci vogliamo mettere con puffo quattr’occhi. Che magari non ci tradirà (non ci tradirà?), ma che due coglioni però! Ve la immaginate una legislatura con quattr’occhi?!!! Essu!!!!

Ps. Perdonami blog se mi sfogo che sembro più idiota di loro, ma mio fratello mi inibisce non posso parlare con più o meno nessuno, sono clienti non puoi contraddirli, e non posso usare i social network, ci sono clienti non puoi contraddirli! Nell’attesa che qualcuno compri la mia quota di sunrise, e che passata dall’altra parte del bancone io possa dare a tutti indistintamente degli idioti (!!!!) non mi resta altro che torturare gli amici più intimi e te, ma preferibilmente te perché pure gli amici più intimi ogni tanto si fanno prendere da questo vento genovese del cambiamento e io non ce la posso proprio fare!!!!!!
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA
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Malinconia
2 marzo 2013

Mio nonno è rimasto vedovo molto giovane, e poi non é stato una di quelle persone che sanno (vogliono-vorrebbero-devono-dovrebbero-cercanointuttiimodidi) rifarsi una vita. Da che io abbia memoria me lo ricordo col suo rito del camposanto, ad andarci tutti i giorni di mattina, con la golf rossa (e la frizione finita!), e sedersi lì in quell’angolo ventoso e guardare innamorato la fotografia. E poi andarsene con gli occhi lucidi, ogni volta, dopo trenta anni ancora gli occhi non ne volevano sapere, quei suoi occhi belli e vispi, verdi e luminosi, espressivi e sempre accesi. Sempre, anche quando quell’Amore silenzioso li riempiva di lacrime e lui tirava fuori il suo sospiro più classico: “é la vita cocca!”. C’aveva una malinconia che gli invidiavo, perché non era tristezza, era una profondità inconsapevole che lui cercava sempre di sdrammatizzare, e gli veniva bene perché un’ironia sottile lo pervadeva e lo rendeva schiavo del farsi una risata. Gli piaceva la sua vita, gli piaceva vivere e non ce l’aveva con il mondo che si era preso cinico quella parte di lui e l’aveva lasciato un po’ così, zoppo. Era andata così, non c’era da chiedersi perché, non c’era da volere altro e non c’era nemmeno da dimenticare. C’era solo da coltivare quel sentimento perché era quello che dava un senso alto al suo campare, era provarlo l’importante non volerlo indietro. Non credo che lui filosofeggiasse tanto sulla questione, gli veniva naturale e seguiva il corso delle cose. Di certo io lo ammiravo in quei momenti, come sempre nella vita quotidiana ammiravo la sua solitudine organizzata, il suo amarci smisuratamente ma delicato, e vivere per noi ma bastare a sé stesso e non pesare mai. E pensarla diversamente (tanto diversamente!) ma sapersi pure adattare ai tempi e fare facce strane ma non invadere mai la sacra libertà di nessuno.
E certe volte mi guardo e vorrei assomigliargli di più, vorrei sapere meno cose ed in cambio saper vivere, perché questo è.
E certe volte invece temo che sotto sotto davvero ti somiglio, nonno, e che sono anche più fortunata di te, perché alla fine, per amare in quel modo vagamente simile a quello nobile in cui amavi tu, non è nemmeno dovuto morire nessuno!