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Fondamenti di psicologia I
2 giugno 2012

Che io sia dedita all’arte delle seghe mentali è una verità piuttosto incontrovertibile. In realtà preferisco chiamarmi un’arrovellatrice di pensieri, perché l’espressione sega mentale potrebbe non rendere l’idea. Insomma non vorrei diventare volgare, ma conoscendo una discreta quantità di maschietti che quel lavoretto lì lo fanno d’abitudine e non con il cervello (no, con il cervello i maschietti fanno altro, anche se non è dato ancora capire cosa!!!!) (e poi, altra parentesi, non si sa perché me lo debbano confessare a me, che il fatto in sè non è che mi scandalizza, per carità, però chi ve l’ha chiesto, perché dovrei essere interessata alla faccenda, suvvia un pò di eleganza!) Comunque, dicevo, quel lavoro lì, essendo così inflazionato, dovrebbe sottintendere almeno uno sfondo lontano di soddisfazione, un minimo di piacere, che ne so, il realizzare un desiderio, fosse anche meccanico e infondo poco appagante. Capito come?!E invece la sega mentale proprio no. Non c’è desiderio sotteso, non c’è soddisfazione nè piacere, nemmeno momentaneo. C’è solo il cervello che non sa riposare e parte per la tangente, complice un proprietario sottilmente masochista e verosimilmente incline all’autoflagellazione. Perché la sega mentale può non essere per forza rivolta contro di te, ma alla fine è comunque te che sfinisce, ti strema, ti annienta le forze, ti deforma la lucidità. E magari te ne stai mezz’ora in silenzio che sembra tu stia riposando, e poi te ne esci con un MA VAFFANCULO di cuorm che se sei da sola tanto tanto ma se sei con qualcuno sembri matta. Dà li poi tutta una serie di leggende metropolitane sulla tua scarsa sanità mentale, mentre invece era solo una sega, mentale. Insomma. Non so chi abbia inventato il modo di dire, ma non è calzante.
Ora l’argomento che stamattina occupa gran parte delle mie facoltà mentali è la lotta. Tutti i pensieri aggrovigliati vertono sul fatto che nel mio recente disastro sentimentale mi sono costantemente sentita in difetto per quella mia apparentemente costante incapacità di lottare. Le grandi teorie vogliono che un sentimento vero e profondo debba essere corredato da quell’istinto animalesco di protezione, conservazione, smania di possesso nonostante tutto, io ti amo, quindi ti voglio, quindi non conosco ostacoli. Scalerò pure le montagne e ti avrò passate pure sul mio cadavere. Il mantra è ”se vuoi una cosa, alzati e prendila”, che a sentirlo pare che ti dia una carica universale. Ecco, molte delle mie autoflagellazioni sono partite da quì, da questa sensazione di non essere così determinata, di non riuscirò mai a volere niente costi quel che costi, nonostante in palio ad un certo punto ci fosse proprio la mia stessa vita. Mesi e mesi di sensazione di essere sbagliata per giungere all’illuminazione di stamattina, causa della partenza della comitiva di paranoie in direzione contraria. Evvai, arrovelliamoci tutti!
L’illuminazione consiste in questo:quel mantra, applicato alle persone, mi inorridisce. Dio quanto sono contraria a questo modo di fare. Cosa vuol dire VOLERE una persona?amare qualcuno significa VOLERLO, a qualsiasi costo e a prescindere da tutto, compresa la sua volontà? e il fatto che poi, una volta lì,la volontà sia pure capace di adattarsi, dovrebbe farmi sentire appagata del risultato della lotta?
Quello che sapevo lucidamente dentro di me, ma non realizzavo tanto da non capire io per prima il mio comportamento, era che per me l’amore è il contrario della lotta. Se devo lottare per averti, che razza di amore è il tuo, e cosa mi aspetto da te? Se ho lottato per te non credo di averti amato di più, credo al limite di averti voluto di più, il che con l’amore proprio non c’entra niente. E se sono sembrata poco determinata e soprattutto se così sono sembrata a me stessa, è perché siamo tutti, io compresa, abituati a considerare solo la superficie delle cose. C’è molta più determinazione  nello stare ferma lì, nonostante ogni e qualsiasi tentazione, dolore, provocazione, consiglio, pettegolezzo, realtà e difficoltà, e credere fermamente che l’amore vincerà, che in tutte le lotte del mondo. E c’è molto più amore, dopo tutto questo, nel lasciar andare e  più facile scambiare  l’ottenimento dei propri scopi una vittoria piuttosto che una vacua soddisfazione di un bisogno effimero e momentaneo.
Va bè.
Poi c’è pure chi continua a lottare anche quando il nemico non c’è più. Ma quella è deformazione professionale. Oppure, mancanza di motivazioni ulteriori alla lotta. Il che sarebbe più grave. Ma questi non sono fatti miei, e pregherei le mie paranoie, almeno loro, di non occuparsi dei fatti degli altri. Sono già abbastanza stremata così!

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