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NEW YORK NEW YORK
15 ottobre 2010

Il nuoto è uno sport individuale armonico e totalizzante. L’acqua che scorre sotto di te è acqua che scorre, e il tuo corpo che si muove è un corpo che sa come non affondare. I movimenti sono leggeri e coordinati, la testa non serve, se escludi quella torsione laterale automatca per il rifornimento di ossigeno. Così lei si stacca, se ne va, approfitta della spinta di Archimede per sfondare i vetri della piscina e perdersi in alto. E lo sa, nel suo mondo verso l’alto non è verso nord. Solo che nonostante le buone intenzioni invece di volare si avvita su se stessa, si cerca ma non si trova e allora vaga solitaria, disorientata, intrappolata nel vortice dei pensieri che lei stessa partorisce.

Poi ad un certo punto hai perso il conto delle vasche ma senti che è ora di uscire. E mentre ti asciughi i capelli (la parrucca bionda, per capirci) ti ritrovi un corpo compatto, affaticato (e affamato) ma vigile e gratificato, e una testa confusa, che ora, senza Archimede, sente di nuovo tutto il suo peso unito a quello dei pensieri accumulati, che pesano perchè non sono idee, e non hanno ancora il coraggio (la forza?) di volare.

Allora ho sentito proprio il desiderio incontenibile di scriverli, questi pensieri. Materializzarli, dargli una forma, una logica, una possibilità.

 Che poi è stato sempre il mio modo di affrontarli i problemi (dopo la prima fase di totale indifferenza di Troisiana memoria, tipo non ci penso non ne parlo faccio altro, ma proprio altro tanto altro, magari poi apro la porta e non ci sono piu’!). Quando li identifico e li fisso nero su bianco, i brutti pensieri, è come se li dotassi di vita propria, e li potessi poi guardare dal di fuori, criticare, ridicolizzare, attaccare da ogni lato e gridare in faccia che loro, signori, non fanno parte di me, sono corpi estranei entrati di soppiatto nella mia testa, mentre ero distratta, approfittando di un attimo di debolezza, o ancora peggio mascherandosi da insegnamenti.

Ecco, scrivere, sputare fuori la zavorra mi ha sempre restituito integra la mia serenità. E comunicare, condividere le riflessioni, le contorsioni mentali, i ragionamenti cerebrali o le risate e le leggerezze del momento è sempre stato il mio modo di sentirmi viva.

Ma poi c’è stato tutto questo. Questo momento in cui piu’ niente andava bene di me, a me.

Decostruzione totale. Disastro. Tabula rasa. La percezione di un fallimento non era piu’ relegata all’ambito che gli competeva. Le storie d’amore passano. Le persone si sa, cambiano, e i sentimenti quelli sono instabili per definizione. Si sbaglia, e certi errori fanno male, e poi sommati ad altri errori diversi, o uguali e contrari, diventano irreparabili. Va spesso a finire che allora ci si lascia. L’amore finisce e tanti saluti. Nessuno deve niente a nessuno, e questo è quanto. Dopo va bene tutto, cercare colpe giustificazioni alibi e testimoni. Inventare motivazioni assurde e crederci fermamente. Sfogare la rabbia, mostrare indifferenza, santificarsi, giocare a fare la vittima, gettarsi tra altre due braccia amiche e poi persino innamorarsi di nuovo. Va bene tutto, meno permettere la propria de-costruzione. Va bene tutto meno mettersi in discussione dalle radici, sul proprio modo di essere, di fare, di gestire la propria vita, le proprie relazioni, le proprie difficoltà. Va bene tutto meno restare alla mercè del dolore e addossarsi colpe e responsbilità che sono della relazione e che mai possono diventare del modo di essere di una parte, proprio perchè i piani sono diversi ed io meglio di così questo concetto non lo so esprimere.

Qualcuno può comportarsi in maniera sbagliata e essere colpevole, sì. Ma nessuno E’ sbagliato. E’ cercare di fare sentire l’altro sbagliato, che è sbagliato. E’ entrare nelle sue fondamenta e distruggere approfittando del suo amore e del proprio, invece, distacco (tra l’altro dovuto all’attaccamento a qualcunaltro) che è sleale. E soprattutto, lasciarselo fare è una follia.

Così sono passati i mesi ed io non avevo piu’ nemmeno i miei scudi, i miei meccanismi, le mie sicurezze. Non ho piu nemmeno scritto, un pò per il fastidio di essere letta da chi, spero, abbia oggi, a distanza di tempo, il buon senso e la coerenza almeno di non leggere. Un pò perchè arrivare agli altri, esprimermi, condividere, comunicare, invece di accendermi mi costava fatica. Mi mancavano le motivazioni, piu’ che altro. Non vedevo proprio perchè avrei dovuto fare questo sforzo, di capirmi e farmi capire. Non che fossi depressa, a parte il primo periodo in cui si, il senso della perdita pervade tutto. E’ che proprio mi sembrava di dover dimostrare a me, e al mondo, di non essere così sbagliata, e non me ne andava di fare lo sforzo, e soprattutto non ne ero del tutto sicura.

Ora è diverso, e così ci scrivo sopra. E addosso. Ma lo stesso la ri-costruzione non è facile.

Io non costruisco il mio futuro su queste macerie, mi sono sentita dire. Ed io non lo so, se chi lo diceva sia riuscito in così breve tempo a spazzare le macerie, manco fosse Berlusconi, o se ha solo creduto che fossero davvero solo mie. Io, da parte mia, ho scavato a mani nude ed ho analizzato pezzo pezzo, con la mia famosa e irrisolta tendenza a rimuginare, prima di buttarmelo alle spalle.

Ora c’è ground zero e un bel progetto, maestoso sulla carta, con la possibilità di diventare proprio come volevo che fosse. Ma una gran paura ad ogni vibrazione ed una enorme difficoltà ad accoglierla. Che diventa quasi muro del suono, impossibilità di sentire.

 Mi servirebbe una bella ruspa adesso, che travolga tutto e inizi i lavori senza badare alle mie ciance.

Ma quella ruspa, invece, dovrei essere io, nel quasi ground zero dalla sua parte. Ce la faccio?

Ah come era facile essere forte, prima…

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