Archive for luglio 2010

dai su che ce la facciamo.
28 luglio 2010

L’amico più caro e premuroso in coma semi-vegetativo, un quasi ex marito idiota che non ha mai capito un cazzo nel paese delle meraviglie, un padre in bilico tra la vita e la morte.

E io?

Io osservo come cambiano veloci le cose, e con le cose l’ordine delle priorità.

Io ho vissuto tutta la vita a chiedere più tempo e più coraggio. Più tempo da vivere insieme e più coraggio per quando poi quel tempo finisce. Adesso ringrazio per il coraggio, ma non sono sicura di volerne così tanto, ve lo rendo volentieri indietro.

Più tempo. Voglio solo più tempo. Datemi tempo per carità.

libero arbitrio ma scelte obbligate.
20 luglio 2010

Come sto adesso non lo so. Avrei bisogno di scrivere, fermare qualche pensiero. Ma anche di spegnere il cervello.

Spero solo nella clemenza di Dio, che consideri bene le circostanze le attenuanti e le motivazioni.

Che sappia che anche sprecare la propria vita è un peccato mortale. E che ad un certo punto si è obbligati a scegliere.

dormire dormirò, vediamo domani come mi sveglio.

e poichè credeva nei miracoli, i miracoli cominciavano ad accadere…
9 luglio 2010

se chiudo gli occhi vedo solo quegli occhi persi nel vuoto. lo so che è successo un miracolo, là dentro. so anche che quello che dovrei dedurre è che credere ed esserci davvero con il cuore ha una forza immensa che va al di là delle regole meccaniche e fisiche della vita. che stringere una mano ha un potere più forte di mille tac. che questa è una grande risposta, al leit motiv di questi giorni "ma la vita che senso ha?". che soprattutto questo significa che al di là di tutto quello che l’insensibilità di un medico può dire, tu ti riprenderai. io ne sono certa, come ero certa che mi avresti sentita, e lo so che per come sono io dentro adesso dovrei sprizzare gioia da tutti i pori. ma poi io sono pure quella fragile e completamente incapace di fronte alla sofferenza. quella stanza piena di corpi sconosciuti immobili e rantolanti mi ha raggelata. i tuoi occhi e il tuo corpo mi hanno raggelata. ho sentito lo sforzo di vita che hai dentro, ho sentito tutto il desiderio di comunicare, ho sentito la tua paura. ho fatto uno sforzo sovraumano ed ora ce l’ho tutto addosso, nel collo, le spalle, le tempie. ho strizzato fuori tutta la riserva di forza in quei quaranta minuti, ed ora non so come fare. questo mio momento è talmente duro che sembra disegnato apposta così, casuale non può venire. ed ora vorrei avere un pensiero bello, un sollievo, un attimo di pace ad occhi chiusi. tra due braccia amiche sarebbe fantastico, avrei detto appena un anno fa. ma era impossibile allora come è impossibile adesso. infondo, niente è cambiato.

spiega al vento una vela incurante, e fende l’acqua tempestosa
5 luglio 2010

Quando lo vivi, un dolore, ti sembra sempre il più grande. Il più grande che tu abbia mai provato, il più grande che nessuno possa mai aver provato.

E’ l’egocentrismo, questo mio essere a volte piccola di prospettiva, tutta concentrata sul mio pressochè inutile micromondo. Se riuscissi ad elevarmi un pò, a guardare dall’alto l’assoluta indifferenza del mio sentirmi come mi sento, allora sì troverei un pò di pace.

Se ci fossi riuscita prima, non sarei nemmeno quì daltronde.

E’ che mi sembra che stavolta il mare del dolore sia entrato più in profondità, abbia scovato spazi ancora indenni, abbia avvistato e inondato anche le baiette solitarie e felici che albergavano in me, e nelle quali io, seppur credendomi sola, abbandonata, impaurita, incompresa e trafitta trovavo sempre rifugio, protetta da qualsiasi uragano intorno. Lì ho sempre ritrovato la mia pace, e da lì mi sono sempre rialzata, riposata rinvigorita e pronta a tutto.

Stavolta no, stavolta niente scialuppe di salvataggio che mi traghettassero fin là. Dall’ultima apocalittica e interminabile mareggiata ho imparato proprio questo: se ti ripari là, sopravvivi ma non sei salva. Così ora sono quì in mezzo, tra onde alte e vento forte e correnti contrarie, a contare sulle forze che non ho mai dovuto nè voluto avere, un pò a galla e un pò in apnea, senza orientamento, senza meta, senza fantasia.

Non c’è pudore, non c’è tregua e non c’è pietà in questo dolore.

Poi, passerà.

Si ritirerà come l’alta marea, e al posto delle onde lascerà detriti vari, legnetti levigati da addobbare a natale, cadaveri di pesci che non ce l’hanno fatta, conchiglie vuote con impresso quel rumore sordo e assordante ma ormai innocuo. Sale di lacrime piante ed evaporate e cocci di esperienza. Messaggi nelle bottiglie per sognare un pò. Ecco. Quando tutto sarà calmo e lo scenario sarà questo, da questa terra desolata si è tentati di fuggire. Con l’idea di tuffarsi nel flusso felice al primo chiarore, nella bonaccia. Ma non è prudente nè saggio. Bisogna tenere duro e restare lì un altro pò, catalogare, archiviare, mettere in ordine. Perchè il dolore è un gran genio e l’unico pericolo che corro è di perdermi l’insegnamento per liberarmene troppo in fretta.

Quel che è certo, è che nel più gelido degli oceani il mio cuore si sta scaldando. Dagli abissi emergerà la mia fortuna, fino a che avrò forza di rimanere a galla. Non ho un tetto nè un appiglio. Sono compiutamente autodistrutta.

Ma è quì, in questo mondo inospitale e buio, che farò brillare la mia stella.

al di là del bene e del male
4 luglio 2010

"Lo conobbi su una panchina de L’Avana,
in una notte in cui l’oceano spadroneggiava
sul Malecon. Parlava da solo, di figli sperduti
come spiaggiati balenotteri, e di una donna
(“l’unico grande amore della mia vita…”, ripeteva
come fanno gli scolari all’interrogazione, quando,
impreparati, ricominciano il discorso dall’inizio)…
“L’unico grande amore della mia vita, io
non potei ingannarlo, sarei stato un traditore,
e lei era già stata mortalmente aggredita. Pure,
per tenerla, avrei dovuto compiacerla,
illuderla, blandirla, perché ogni volta
che mi comportavo onestamente,
lei mi giudicava un delinquente.”

Si capisce che un italiano esiliato a Cuba,
con un sigaro invecchiatogli fra i denti
in attesa della benedizione di un miracolo
per festeggiarla con l’ultimo fiammifero,
non potesse darmela a bere. “Lo sarai stato,
un delinquente, vecchio”, sentenziai, mentre
l’oceano ci sputava in faccia
il suo livore invernale. “Chissà che le facesti
a quella povera donna, se ancora è viva,
con quegli occhi azzurri da santo scriteriato
coi quali, da che tempo è tempo,
si travestono i diavoli.”

Allora si voltò e lo giuro, in un battito di ciglia
mi lesse la vita: Fernanda, la mia anziana moglie,
i nostri figli laureati in una
delle migliori università tedesche,
la mia strutturata amante di Monaco che arrotola
la erre con la punta della lingua brillante
come il puntale d’argento sull’albero, a Natale;
Mi lesse -ne sono certo- il conto in banca,
ed il mio vizio di distribuire una quota di pensione
alle jineteras de l’Avana.
“Tu sei innocente?” gli domandai furioso.
“Mai nessuno lo è, neppure Iddio, se solo
fosse dotato di un minimo di stile.” Tacqui,
perché il dolore, anche quello degli scellerati, impone
una qualche forma di rispetto, o quantomeno
di muta solidarietà.

Dopo un tempo che mi parve eterno,
l’italiano riprese la solita solfa: “L’unico grande amore
della mia vita…”, ripeté. E qui accadde
lo straordinario che mi ha condannato
a ribaltare l’esistenza, proprio all’ultimo,
in pensione, dopo aver costruito gallerie, ponti e palazzi,
io, ingegnere sessantaseienne bavarese,
tecnocrate, pragmatico, con unico dio il calcolo,
ho assistito alla fabbrica di un sogno.

A pochi metri da quella panchina, sull’Atlantico
è spuntata la catena del Bianco. Ne ho riconosciuto
Il Dente del Gigante e, più giù, la punta rossa della Grivola
e il Rosa, dove la mia Fernanda era stata in gita da ragazza.
Ma quella che vidi non fu lei davvero (poiché
ero intrappolato nel ghiacciato sogno di un estraneo)
ma una figura con un nero abito da sera
che camminava a piedi nudi nella neve
lo sguardo allucinato e le movenze
di una bianca tigre siberiana.

L’uomo la chiamò. Mai più
udirò un grido simile. Era di angelo
dannato o di belva affamata, non so dirlo, un grido
disperatamente terso come il cielo azzurro
su una città morta. Lei si fermò, si volse
sulle nevi dell’oceano innevato,
portandosi la mano alla fronte da sentinella,
e guardò i Caraibi in controluce. L’italiano sorrise,
con negli occhi l’innocenza del dolore più assurdo,
e anche lei, pur senza riconoscerlo, lo vide,
e se ne stette incerta, a domandarsi -io credo,
se fosse una diabolica attrazione
o un’ineffabile miracolo. Egli si alzò,
ed entrambi, contemporaneamente,
si spalancarono le braccia in un gesto dolce, così dolce,
di riconoscimento oltre tutto. L’apparenza, i personali
egoismi, le brutture dell’esistenza,
tutte le cose miserabili, e persino la distanza
che corre tra età ed età, e tra le Alpi e i Caraibi,
o fra il magma della realtà e la materia
di cui son fatti i sogni; tutto, tutto si arrese
a quel gesto di accoglienza, nella promessa
della carezza che lenisce il dolore di vivere.
Non ho mai visto due persone così distanti
e così unite. Poi l’uomo scavalcò
con passi lenti e gravi l’alto muro del Malecon
impregnato di storia e di salsedine.
E mentre la neve si sbriciolava piano sulle onde
li vidi baciarsi all’orizzonte, lievi e audaci,
carezzandosi le guance infuocate.

A chiunque siede su questa panchina
racconto, ormai, la mia storia: “L’unico grande amore
della mia vita…”, attacco così, “fu di altri”.
Mai, però, il dolore mi diede tregua,
e non ho neanche il beneficio della colpa,
di non averlo saputo riconoscere,
perché non ho mai visto la mia Fernanda né me,
sulla ruga dell’orizzonte di Cuba,
ma di noi due ho solo un ricordo vago
di qualche fragorosa Oktoberfest.
Sono storie che passano.
Ma l’amore, oggi posso dirlo,
l’amore è un’altra cosa."

DIEGO CUGIA, L’amore degli altri

E’ vero che a volte, quello che penso, qualcuno lo sa esprimere molto meglio di me.

Questa sarebbe stata la giusta risposta alla domanda "ma a che ti servirà che ti abbraccio?"

Ecco. Aprire le braccia ed offrirsi al di là dell’incolmabile distanza, al di là dell’io del tu del lei dei però dei perchè dei forse e dei semmai. Offrirsi e basta, per un istante senza pretese, per un amore che ormai si va bene tutto nulla chiede e nulla può. Quell’abbraccio che non si interessa nemmeno al tempo o allo spazio. Ecco, quell’abbraccio potrebbe essere il senso di tutta una vita. Poi non importa la realtà.

Ma si può, rispondere ad una tale domanda? Tutto è inutile, quando i piani sono diversi. Ogni tentativo di spiegazione sembra un tentativo di convincimento. Non c’è scampo.

Le storie che passano sono vuoto passato.

Mi era sembrato di vederlo qualche momento così, e quei momenti, lo so, non muoiono. Su quello si basava il mio per tutta la vita.

Era, è evidentissimo, un’illusione.

12 settembre 2001
3 luglio 2010

Io ci ho provato a rileggere il blog con occhi diversi…e lo stesso mi sembra tutto tanto chiaro e scandito nel tempo. E mi sembra impossibile che fosse tutto solo in testa mia, e che quel filo si sia spezzato.
Il resto mi sembra un incubo. Mi sento come il giorno dopo l’undici settembre 2001…quella sensazione può rendere bene l’idea: incredulità, impotenza, dimensione inimmaginabile di tragedia nell’aria, quasi euforia. Coscienza comunque che da quel giorno la storia del mondo sarebbe cambiata. Ecco: come se continuassi a guardare quelle immagini e continuassi a dire: no, non è possibile…..Con la differenza che mi guardo intorno e la gente sembra normale: mi verrebbe quasi quasi di dirlo a tutti: accendete la tv, sta succedendo una cosa assurda, come fate ad andare al lavoro, prendere il caffè, ridere e scherzare tra di voi??????siete impazziti forse???????
Mi passerà, dicono gli esperti. Ci vuole tempo. Ci si abitua a tutto, anche a vivere mutilati.

"Il silenzio scava profondità tra due pensieri che non dormono, ma è notte solo se chiudo gli occhi"…