Archive for gennaio 2010

cuoca, lavapiatti, avvocato, donna delle pulizie, ragioniera, mediatrice, commercialista, consulente del lavoro, acquisti, marketing, addetta allo smaltimento rifiuti, pr, barista, scenografa o cameriera????
26 gennaio 2010

…penso che la cosa che mi piace di più di me stessa è che qualsiasi cosa mi si chieda di fare la risposta è "che problema c’è". Poi qusta settimana mi è sorto un dubbio. Mi sa che è pure la cosa di me che piace di più agli altri, specie quelli con cui lavoro….bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…;)))))
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boh…qualche leggera contraddizione!
18 gennaio 2010

avevo pensato che dopo tutto almeno sarei tornata a scrivere di più. Ed invece sto ancora trattando questo tempo tutto mio con estrema diffidenza. Come se da un momento all’altro qualcuno potesse entrare e pretendere attenzioni, ordine e condivisione. Così evito di stare a casa, evito di sdraiarmi sul divano accendere la musica e immortalare i pensieri, quì, sul quadernino, o tra le pagine bianche dei libri che secondo me avrei divorato a letto. Evito anche perchè li so, i pensieri che voglio evitare.

Perchè uno è appena padre e poi non lo è più. Non deve essere facile. Ma forse una madre lo è per sempre, e per sempre resta affacciata su di un abisso di vuoto. E’ la natura, la giustizia non c’entra. L’importante è smetterla con la colpa, smetterla di doversi punire per aver pensato che fosse un bene, smetterla anche di cercare di dirlo con indifferenza, per sentire l’effetto che fa. Smetterla di crocefiggersi per la sensazione di sentirsi intatti.

Solo che mi conosco troppo bene per riuscire ad imbrogliarmi ancora per molto. Che dai e dai pure io mi stanco di filtrarli i pensieri. Di selezionare quelli che sono da accettare, quelli da respingere e quelli da tenere in standby. Sono stanca di mantenermi disorientata, di continuare a lasciarmi credere che non lo so quello che potrebbe farmi stare bene, se è quello che voglio o no, se è ora o se è mai, se è questo o il suo contrario. Mi sono mantenuta in uno stato di disorientamento, immaginandomi al centro di un crocevia intricato in cui la prima via imobaccata non era quella giusta ed allora sono tornata indietro, ed ho provato la seconda poi la terza, e sperato ce ne fosse anche una quarta, così da correre di quà e di là ed ingannare la bussola, per non scoprire dove voglio andare, cosa voglio, e perchè. Ecco questo vorrei comunicare a chi di dovere, ma è un classico anche questo: non trovare le parole. Essere tanto brava a confondere quanto impossibilitata a parlare. Credere che sia semplice interpretare gli inciampi, e le corse fuori programma, e i puntini sospensivi ed i sorrisi disegnati alla fine di un sms. Credere che tutto sia evidente nelle distrazioni, nelle mancate ammissioni, nei gesti sospesi a metà. E che sia facile capire che tanta ostentata superficialità deriva soltanto da quella ostinata insofferenza per la debolezza che ho. Pretendere che si sappia andare oltre il sorriso, che si sappiano scuotere le sue colonne per vederle traballare piegarsi e qualcuna crollare. Scoprire che sono bravissima a saltellare tra le verità, bearmi delle omissioni, fiutare gli odori di tutte le tentazioni e poi scappare via. Pretendere che si debba capire l’interesse dietro all’indifferenza, l’enorme coraggio dietro alle paure, il bisogno di risposte in tutte le non domande che mi rimangono in gola. Il senso di un discorso in tutti quei girotondi intorno alle parole. Sperando sempre di non essere costretta a parlare, che ormai è chiaro, non lo so fare.