voce tornata…ma siamo sicuri che sia la mia????

Oggi va meglio. Per lo meno mi è tonata la voce, e niente non è!
L’ultima volta che sono stata COSI’ male era il 2004, ed io in India. A pensarci, che ragazza coraggiosa. Non sembro la stessa dell’altra sera, che a stento è riuscita a fare due rampe di scale per raccogliere il film, gentilmente portatole fino al portone, e solo fin lì, causa germi contagiosi (che l’affetto è una cosa, ma la possibilità di prendersi un’influenza è un altro discorso!!!!!!!!!!!). Comunque (e tu se leggi sappi che non mi sto lamentando, anzi, mi sa che mi sono dimenticata di dirti grazie mentre urlavo al citofono per attaccarti i microbi lo stesso…è sempre così scontato che ci sei che a volte mi dimentico di quanto sono fortunata…). Dicevo???Ah si, dicevo che ieri ero a casa mia, nel mio paesello, con la mia mamma che chiamava ogni sei minuti per chiedere se avessi bisogno di qualcosa, le amiche a disposizione (va bè, in tuta antiepidemie ma comunque a disposizione!!!!), la tecnologia per passare il tempo, le medicine nella scatola e fiumi di acqua potabile nelle immediate vicinanze (e non a 6 km a piedi), e mi sentivo senza un briciolo di forze, stremata dalla febbre, dal mal di gola e soprattutto da quel tormento alla testa. Non avrei potuto fare un passo senza svenire. In India, stesso virus immagino, o comunque stessi sintomi, stessa sensazione indefinibile di "morte imminente!", e per di più con il sospetto che lì davvero poteva essere di tutto, date le condizioni ambientali nelle quali vivevo, qulasiasi malattia avrebbero potuto passarmi i bambini dell’orfanotrofio, che diciamo la verità, di ottima salute proprio non godevano, soprattutto quelli ai quali bisognava tenere per ore la mascherina dell’ossigeno per smettere di sentire i rantoli per qualche minuto…. Considerando poi che io ero stata costretta a passare per il centro di medicina per il viaggiatore di Ancona (e proprorrei una moratoria per la sua abolizione, terroristi che non sono altro…), e quindi ero stata messa al corrente di tutte le possibili tragedie che mi sarebbero potute capitare dati i possibili contagi "endemici" in quei posti, verso la metà dei quali mi ero, sotto la mia responsabilità, rifiutata di vaccinarmi. Tenuto conto soprattutto che il giorno prima ero, per puro errore, finita interamente in una fogna, dalla testa ai piedi, e si sa, le fogne indiane a cielo aperto non sono propiamente il posto più indicato per immergersi e squartarsi il polpaccio. Insomma, pensando in questi giorni di trovarmi lì, beh, devo ammettere che non l’avevo mai vista sotto questo aspetto, la questione, ed invece sono davvero stata lucida saggia e coraggiosa ad organizzare ed affrontare tutto il viaggio di ritorno, comprese le due ore di risciò per l’aeroporto. Non l’avevo mai vista sotto questo aspetto perchè quella fuga, una volta a casa ed al sicuro, e visto che alla fine di niente di particolarmente grave si trattava, mi è sempre un pò sembrata come una fuga appunto, come un’incapacità ad adattarsi alle vere condizioni di miseria, come una reazione da viziata occidentale che si gioca con tutto ma al minimo pericolo si torna nella "civiltà". Avrei dovuto accettare quella puntura miracolosa del saggio del villaggio (quello con la barba lunga che per capirlo mi sono serviti due interpreti, uno dalla sua lingua all’indiano e l’altro dall’indiano al simil inglese) senza pormi troppe questioni tipo la sterilità dell’ago o l’affidabilità del liquido, invece che limitarmi a bere con terrore la tisana alle erbe (bevuta solo perchè la signora, sotto il monsone, aveva camminato per 6 ore, 3 ad andare e 3 a tornare, per raggiungere il villaggio dove cresce quell’erba santa che fa passare tutto, e nonostante la diffidenza non ho avuto il cuore di rifiutare). Avrei dovuto essere riconoscente da tante e tali dimostrazioni di affetto da parte di gente fondamentalmente sconosciuta, che non ha niente ma quello che ha è d’istinto a disposizione per te, compreso l’unico "letto" di quella "casa". Avrei dovuto sentirmi indiana tra gli indiani, e sperimentare sulla mia pelle cosa vuol dire vivere in quel modo. Questo mi dicevo, sempre, pensando a quella storia. In questi giorni invece ho un pò cambiato il punto di vista: primo non stavo partecipando alle olimpiadi del coraggio, per cui il problema è universalmente inutile. Secondo non era niente ma avrebbe potuto oggettivamente essere di tutto, ed un mio eventuale sacrificio in nome dell’integrazione dei popoli e del rispetto delle tradizioni mediche sarebbe stato semplicemente superfluo. Terzo, soprattutto, se mi sentivo come mi sentivo l’altro giorno, come diavolo avrò fatto a contattare il tipo del risciò, trovare la biglietteria lufthansa del villaggio vicino, mettermi in lista di attesa, aspettare sei sette ore all’aeroporto con il rischio di dover riprendere il risciò a mezzanotte (x tornare dove?????), poi le ore di aereo, lo scalo a francoforte, di nuovo il cambio del biglietto e dulcis in fundo il lost and found a roma????Come cavolo avrò fatto?????L’istinto di sopravvivenza…e di nuovo la relatività delle cose…
Ok, pensieri deliranti da postumi influenzali a parte, di nuovo c’è che ho anche perso il cellulare nel frattempo, ed in quei tre quattro giorni di black out ho notato la differenza…
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